giustizia-toga-tribunale
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«Sono orgoglioso di essere un pecoraro». Lo ha dichiarato in aula il boss di Papanice, Domenico Megna, durante un’udienza del maxi processo “Glicine Acheronte”, rispondendo ai legali Roberto Coscia e Francesco Laratta. E' quanto scrive “il Quotidiano del Sud”. 

Megna, che secondo la Dda di Catanzaro avrebbe reclutato hacker e gestito traffici di denaro online, ha negato tutte le accuse, difendendo la propria vita privata e familiare e illustrando le sue passioni, dalla costruzione di modellini navali alla cura dei terreni e dell’allevamento di pecore. Il boss ha raccontato di aver ottenuto riconoscimenti per i suoi modelli in scala, compreso quello del Titanic, e di aver lavorato alla presentazione di modelli per la Lega Navale.

 Megna ha respinto i coinvolgimenti dei figli e dei nipoti, smentendo accuse relative a proselitismo o contatti con ambienti criminali. In aula ha anche contestato la credibilità dei pentiti, definiti “istrionici e sotto stupefacenti”, e ha ricostruito il periodo della faida di Papanice, con riferimento all’uccisione del figlio Luca e al ferimento di una nipotina nel 2008. Sul piano personale, ha sottolineato il rispetto avuto in carcere e ha ribadito la volontà di condurre un’attività onesta una volta terminata la detenzione. Megna ha negato qualsiasi collegamento con l’ex consigliere regionale Enzo Sculco e ha respinto accuse legate al presunto comitato d’affari al vertice del clan, illustrando in dettaglio la gestione dei rapporti familiari e dei viaggi al Nord con il nipote Mario Megna, ritenuto intermediario di investimenti leciti e illeciti. L’udienza ha messo in luce il doppio registro del boss, tra difesa delle passioni personali e smentita di ruoli criminali, mentre il processo prosegue sotto la supervisione della Dda calabrese.