"'Ndrangheta stragista", i racconti dei pentiti e la misteriosa figura di Filippone
Per i magistrati è il mandante dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e degli altri attacchi agli esponenti dell’Arma, eseguiti da suo nipote Giuseppe Calabrò
Per i collaboratori di giustizia come «un personaggio di elevato spessore criminale», per l’antimafia di Reggio Calabria uomo chiave nella strategia stragista contro i carabinieri nel 1994, anche se fino a oggi non è stato mai condannato per associazione mafiosa. Proprio per quest'ultimo motivo, appare difficile tracciare un suo profilo criminale di Rocco Filippone, imputato nel processo "'Ndrangheta stragista", attore principale nell’inchiesta coordinata dai sostituto procuratore della Dda reggina Giuseppe Lombardo e della Dna Francesco Curcio.
L'accusa Per i magistrati è il mandante dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e degli altri attacchi agli esponenti dell’Arma, eseguiti da suo nipote Giuseppe Calabrò. Suoi, secondo il racconto del collaboratore Consolato Villani, i due AK 47 usati per sparare contro i carabinieri. Un legame con le armi Filippone ce l’ha. Il 3 maggio 2007, in un blitz per cercare un latitante di Rosarno nelle case di Melicucco della famiglia Filippone, i carabinieri scoprirono un vero arsenale sparso per la proprietà.
I pentiti «Fu Calabrò Giuseppe – ha spiegato Villani - a presentarmi Rocco Filippone. Mi disse che era suo zio in quanto fratello della madre. Mi spiegò, il Calabrò, che Rocco Filippone era persona molto importante nelle 'ndrangheta…svolgeva una funzione di mediazione, dall'alto, fra la cosca Pesce e quella dei Bellocco…aveva una posizione di assoluta supremazia nel suo mandamento, sia per le doti di 'ndrangheta che aveva, evidentemente elevatissime, sia per le relazioni che a lui facevano capo, anche esterne alla 'ndrangheta, con ambienti politici ed istituzionali…». Un dato inquietante, quest’ultimo, alla luce della deposizione di qualche giorno fa in Corte d’assise a Reggio Calabria dell’ispettore Giuseppe Briguglio, che ha riportato di un colloquio in carcere tra Giuseppe Calabrò e sua madre, nel quale sarebbe emerso qualcuno all’interno delle istituzioni avrebbe informato il “monaco” delle indagini sul suo conto da parte della Finanza. Di Filippone ha parlato anche Giuseppe Scriva, il rosarnese primo collaboratore di ‘ndrangheta pentitosi nel 1983: «…La prima volta entrai in contatto con Rocco Filippone – ha spiegato Scriva - quando mio cugino Rocco Scriva - 'ndranghetista responsabile dell'omicidio di Domenico Cunzolo doveva appoggiarsi in un posto sicuro per trascorrere la latitanza…Circa 10 anni dopo, nel 1975, essendo io latitante a seguito di una evasione…trascorsi circa 9 mesi della mia latitanza appoggiandomi a Rocco Filippone…». Scriva, però, andò oltre: «Voglio precisare un particolare su Rocco Filippone: non è la prima volta che parlo di lui, feci il suo nome indicandolo come `ndranghetista» a un magistrato «quando questi sentì questo nome, mi guardò e mi disse: Rocco Filippone è amico di un mio amico di Reggio Calabria». Capii al volo che Rocco Filippone poteva dormire sonni tranquilli ed in effetti» «non è mai stato processato negli anni a seguire per reati associativi legati alla 'ndrangheta…».
