Il virus maledetto domina le nostre inquiete giornate in questo tempo dolente e inaspettato. Leggiamo le cronache e rabbrividiamo. Scrutiamo tra i bollettini nella speranza di trovare un segnale di conforto ma non li troviamo.

Ci mettiamo a scrivere e il pensiero corre subito a quanti e sono davvero tanti in un letto d’ospedale, lontani dal conforto dei propri cari e dai rumori della normalità di ogni giorno, stanno combattendo con la voce flebile e il fiato stanco la loro grande battaglia per il bene più grande che è la vita. Pensiamo a quanti sono risultati “positivi” al tampone e alla loro terribile solitudine di questi giorni di attesa, tra timori e speranze che tutto si risolva al più presto.

Pensiamo ai medici, agli infermieri e a tutti gli operatori sanitari impegnati in queste ore di autentico calvario a sconfiggere il male funesto e ci inchiniamo di fronte al loro esemplare coraggio. E ci assale la malinconia quando pensiamo – come è giusto che sia per evitare il contagio - alle chiese vuote, ai cimiteri chiusi e all’estremo saluto, con i soli familiari più stretti, a chi il destino ha assegnato come data ultima del suo cammino questo tempo malvagio del coronavirus. Pensiamo e ripensiamo - tra un caffè e l’altro, senza alcun fragranza - in questa domenica assurda e surreale e ci chiediamo fino a che punto si stia davvero provvedendo a sufficienza ai senzatetto, ai poveri e a quanti sono costretti a vivere ai margini della società. 0

Ad un certo punto ci viene da pensare che sia solo un sogno angosciante, ovvero il frutto di una notte agitata e maligna. Ma non è così. Lo scenario di questi dolorosi giorni di febbraio e di marzo è reale. Giorni veri e sinistri in cui si avverte il vuoto dell’ anima, l’inadeguatezza dei nostri corpi fragili e del nostro cammino affannoso sulle vie del mondo. Giorni senza sapore. Giorni interminabili in cui la mente scruta, si interroga e viaggia senza una meta precisa. Giorni in cui è tutto un susseguirsi di dubbi, di perché, di pensieri disordinati, di analisi che lasciano il tempo che trovano, di lapilli improvvisi e di altrettanti improvvisi cambi di umore.

Ma ci consola il fatto che prima o poi dovrà pure finire questo tempo lungo, feroce e bastardo. La saggezza degli antichi ci insegna che ai giorni bui subentrerà la luce delle letizia, capace di illuminare ogni cosa e di riscaldare i cuori dell’umanità ferita. E quel giorno ovunque sarà festa grande. Per tutti. Nessuno escluso. Una festa di popolo per il ritorno alla vita e alla gioia della quotidianità. Una festa di Dio per il soave ritorno alla folla, all’incontro, alle processioni in onore del santo patrono, alle feste di laurea e di compleanno, al caffè al bar con gli amici fedeli, agli abbracci, alle strette di mano, ovvero ai sapori del tempo normale e del già visto. Al momento accontentiamoci di sorrisi lontani e di abbracci a distanza. Al momento ogni di noi deve essere prudente e rispettoso delle regole.

Una cosa. comunque, è certa. Dopo questa stagione difficile ne usciremo più forti. Più concreti. Più veri e più consapevoli di essere solo dei piccoli uomini, ovvero delle creature infinitamente fragili, sferzati dal vento e travolti all’ improvviso, nel momento in cui tutto sembra andare per il verso giusto, dal dolore e dalla malinconia dell’incerto futuro e dall’ignoto.