La prima volta di Bartolomeo Arena in un'aula di giustizia di Vibo da collaboratore di giustizia. Il nuovo pentito della 'ndrangheta vibonese ha fatto il suo esordio "casalingo" dopo il precedente a Reggio Calabria. Un appuntamento più volte rinviato a causa dell'emergenza Coronavirus andato in scena nell'ambito del processo "Rinascita-Nemea" contro il clan Soriano di Filandari. Collegato in videoconferenza con il vecchio palazzo di Giustizia di Vibo, Arena ha risposto alle domande del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Annamaria Frustaci nel corso di una lunga deposizione.

Figlio di un boss. Arena ha ripercorso la sua carriera criminale iniziata fin da quando indossava i pantaloncini, poco più che adolescente. "Ho iniziato da piccolissimo, minorenne, nel gruppo di Antonio Grillo, detto Totò Mazzeo. Assieme a lui e a Nicola Lo Bianco, il figlio di Carmelo Lo Bianco, detto siccario". Un gruppo - ha poi specificato il collaboratore di giustizia - che si collocava all'interno della consorteria Lo Bianco-Barba. Suo padre si chiamava Antonio Arena e negli anni ottanta era considerato un esponente di primo piano della 'ndrangheta di Vibo, legatissimo al boss Francesco Fortuna, detto "Ciccio pomodoro". "Mio padre - ricorda Arena - scomparve il 3 gennaio del 1985. Accaddero diversi episodi, quale quello dell’uccisione del Domenico Servello, colui che fece la sparatoria al 501, e che, poi, durante la latitanza mio padre e Francesco Fortuna scoprirono dove si trovava, lo andarono a prendere e lo uccisero, perché lui aveva ucciso due persone a Vibo quella sera in discoteca e ne aveva ferite delle altre...". Un episodio che gli segnerà la sua vita. Aveva poco più di otto anni Bartolomeo Arena nel gennaio del 1985 quando suo padre sparì per sempre. "Dopo la scomparsa di mio padre - confessa - mi cadde un po’ il mondo addosso, quindi frequentai la strada, molto la strada e, quindi, mi avvicinai agli ambienti criminali giovanissimo, anche in virtù del fatto che le persone che mi conoscevano, sapevano che ero il figlio di Antonio e, quindi, legavano facilmente con me. Poi, mio padre era molto rispettato al tempo e fu facile per me entrare in contesti criminali". A sedici anni chiese di entrare a far parte della 'ndrangheta. "Chiesi a Antonio Grillo, detto Totò Mazzeo, che volevo entrare a fare parte della società. Lui, assieme a Nicola Lo Bianco, ne parlò un po’ con tutti, solo che al tempo, siccome ero un poco irascibile, mi rimandarono, perché avevano detto che era ancora troppo presto, che dovevo maturare un altro poco e, quindi, passarono un altro poco di anni. Poi, verso i ventuno, ventidue anni mi iniziai di nuovo a avvicinare, però a quel tempo i Lo Bianco – Barba erano sempre assoggettati come servi ai Mancuso e, quindi, io non volli essere affiliato a loro. Un'avversione quella contro i Mancuso dettata da un particolare di non poco conto: Bartolomeo Arena ha sempre pensato che dietro l'uccisione del padre ci fossero loro: "I Mancuso - ribadisce - hanno ucciso mio padre".

La scissione con i "Lo Bianco-Barba". L'affiliazione avvenne qualche hanno dopo, poco più che ventenne, in un gruppo autonomo a quello dei Lo Bianco formato dallo cugino del padre: Domenico Camillò, classe '41. Nacque così la 'ndrina dei Pardea-Camillò-Macrì, i cosiddetti "Ranisi". "Ho iniziato con il grado di camorrista e quando ho scelto di collaborare con la giustizia avevo il trequartino". Un gruppo autonomo e riconosciuto dal Crimine di Polsi che inizialmente - secondo quanto raccontato dallo stesso pentito - aveva generato un pò di lamentele tra i Lo Bianco i quali a un certo punto si sono dovuti rassegnare perché Camillò rappresentava comunque la massima carica del codice a Vibo. "Quando ci siamo distaccati - racconta Arena - abbiamo fatto un gruppo con tutti gli ex mantelliani, che in un primo tempo non erano entrati nel nuovo locale, si unirono a noi e, quindi, tutti quelli che siamo fuoriusciti dal gruppo Lo Bianco – Barba ci siamo tutti uniti. In pratica, io, esponenti dei Pardea, dei Camillò e ultimi Macrì, assieme a Morelli e a altri ragazzi di Mantella abbiamo formato un nuovo gruppo autonomo".

La lite in Piazza Municipio. Ad alimentare gli attriti tra i due gruppi criminali era stata anche una lite in Piazza Municipio tra due ragazzi: da una parte Domenico Camillò, cugino di Bartolomeo Arena, dall'altra Loris Palmisano. Una discussione per una ragazza che sfociò in una sparatoria che Arena racconta così: "Il figlio di Antonio Macrì aveva scherzato con la fidanzata di questo Palmisano, che si risentì e avrebbe voluto fare una discussione con il Macrì Michele. Quindi, intervenne in suo aiuto Domenico Camillò e fecero la discussione con questo Loris Palmisano. Mio cugino andò e si è armato e Loris Palmisano era pure armato. Loris Palmisano non avrebbe in un primo tempo voluto fare la discussione, ma mio cugino iniziò a sparare. Il Palmisano, per tutta risposta e per difendersi, sparò e prese mio cugino in varie parti del corpo. Mio cugino, invece, non riuscì a prendere il Palmisano e, anzi, sbagliò e prese il suo amico, Mirko La Grotteria".

Le cause del pentimento. Bartolomeo Arena dichiara di non aver mai commesso omicidi ma di essersi meritato la dote di "trequartino" sul campo di battaglia: "Nel senso - chiarisce - che io sin da piccolino avevo fatto accoltellamenti, sparatorie, quindi, lo potevo tranquillamente conseguire". All'improvviso ha scelto di cambiare vita e lo ha fatto per una serie di motivi spiegati in aula: le regole di 'ndrangheta che non venivano più rispettate, il pericolo di essere ucciso e di fare la fine di suo padre non potendo quindi garantire un futuro a suo figlio. "Io non me la sentivo più, innanzitutto, di fare questa vita: perché mio figlio aveva solo me, perché sua mamma non c’è stata mai e, quindi, ho iniziato a valutare anche questa questione, non tanto la mia, ma più che altro quella di mio figlio, perché non volevo che qualora fosse accaduto qualcosa a me, mio figlio facesse la stessa vita che avevo fatto io. Per tutelare lui ho maturato subito la scelta di collaboratore".

La guerra sfiorata. Un pentimento che avrebbe scongiurato persino una guerra di 'ndrangheta perché a Vibo si erano vissuti mesi di alta tensione tra i "Pardea-Ranisi" e i "Pugliese-Cassarola". "Erano successi diversi episodi, sparatorie e io stesso - svela - fui vittima di un
agguato e, quindi, era una lotta contro il tempo per cercare di eliminarci a vicenda alla fine. Prima eravamo noi contro di loro, poi Mommo Macrì e Francesco Antonio Pardea iniziarono a legarsi a soggetti anche di fuori paese,
che a me non mi stava bene questa cosa, quindi che alleanza poteva essere se i loro nemici erano anche i miei nemici, mentre i miei nemici non erano più i loro nemici, quindi che dovevo pensare io, che io l’aiutavo in questa guerra contro i Pugliese Cassarola e, poi, sarei stato pure io vittima della lupara bianca, dal momento che si erano legati ai nemici di mio padre". La collaborazione di Arena ha probabilmente salvato la vita a Rosario Pugliese, alias "Saro Cassarola". "L’omicidio era stato progettato sempre da tutti i Ranisi e quando parlo dei Ranisi intendo parlare sempre della famiglia Pardea – Camillò - Macrì. In questa fase era progettato da me, da Francesco Antonio Pardea, da Marco Ferraro, Filippo Di Micelli e Filippo Perillo. Ma la volevano anche Domenico Macrì, detto Mommo, e la volevano anche Antonio Macrì, il padre di Domenico Macrì, detto Mommo, e lo stesso mio zio Domenico Camillo. Perché Rosario Pugliese era uno dei due killer che uccisero il fratello di Raffaele Pardea e di Domenico Camillò".