'Ndrangheta: chiuse le indagini sui beni del boss vibonese Saverio Razionale
Dieci in totale gli indagati dell'inchiesta condotta dalla Dda di Roma: fra loro pure un ex testimone di giustizia vibonese, un commercialista ed un avvocato
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Concorso in intestazione fittizia di beni aggravati dalle finalità mafiose. Questa l'accusa per la quale il pm della Dda di Roma, Maria Cristina Palaia, ha chiuso le indagini nei confronti di 10 indagati finiti al centro di un'inchiesta che mira a far luce sui beni e gli "affari" del boss di San Gregorio d'Ippona, Saverio Razionale, 55 anni, di "casa" a Roma.
L'avviso di conclusione delle indagini preliminari interessa: Saverio Razionale, 55 anni, di San Gregorio d'Ippona; Alberto Caporaso, 51 anni, commercialista e consulente del lavoro, di Vibo Valentia; Vincenzo Isola, 43 anni, di Vibo Valentia; Alfonso Storaci, 36 anni, di Vibo Valentia; Antonino La Bella, 36 anni, di Piscopio (frazione di Vibo); Giuseppe Scriva, 56 anni, detto "Pepè", commerciante di Vibo Valentia, già testimone di giustizia; Alessandra Scriva, 29 anni, di Vibo Valentia, figlia di Giuseppe; Claudio Pepi, 62 anni, nativo di Niscemi (Cl), ma residente a Roma; Francescantonio Primerano, 54 anni, di Soriano Calabro; Aldo Currà, 58 anni, avvocato, nativo di Jonadi (Vv) ma residente a Soriano Calabro.

Le singole accuse. Saverio Razionale, Alberto Caporaso, Vincenzo Isola e Alfonso Storaci sono indagati per l'intestazione fittizia delle quote sociali della "Edil Consul Services srl" con sede a Roma ed attiva nel settore dell'edilizia. Razionale e Caporaso sarebbero stati i titolari di fatto della società, attribuita dapprima (dal luglio 2004 all'agosto 2009) all'amministratore e socio unico Vincenzo Isola e poi ad Alfonso Storaci, amministratore e socio unico della società dal 2009 ad oggi. Il tutto, secondo la Dda di Roma, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, essendo Saverio Razionale - all'epoca già condannato in primo grado per associazione mafiosa nel processo "Rima" celebrato a Catanzaro - sottoposto alla misura di prevenzione personale. Il reato è aggravato dalle finalità mafiose di aver agevolato il clan Fiarè di San Gregorio d'Ippona di cui Saverio Razionale viene da sempre ritenuto il "numero 2" dopo il boss Rosario Fiarè.
Razionale, Caporaso, Isola e Storaci rispondono poi dello stesso reato (intestazione fittizia di beni aggravata dalle finalità mafiose) anche in relazione alle quote sociali della "Roma Services srl", società attiva nell'edilizia, i cui utili sarebbero stati acquisiti annualmente da Razionale e Caporaso.
Sempre Razionale, questa volta unitamente ad Antonino La Bella, è accusato di intestazione fittizia di due fabbricati a Roma siti in via Aurelia che per la Dda solo formalmente risultano intestati a La Bella.

Ancora, Razionale avrebbe attribuito nel 2008 a Caporaso la titolarità di un lotto di terreno di 2mila metri quadri nel Comune di Ardea, in provincia di Roma.
Il reato di falso viene quindi ipotizzato nei confronti di Saverio Razionale, Alberto Caporaso e Vincenzo Isola i quali in concorso fra loro avrebbero falsamente attestato che Razionale risultava assunto come dipendente della società "Edil Consul Services" a far data dal 5 luglio 2005, inducendo in tal modo in errore il Giudice di Pace di Roma il quale disponeva la restituzione della patente di guida a Razionale, precedentemente sospesagli a seguito dell'applicazione della misura di prevenzione personale disposta dal Tribunale di Vibo Valentia.
Giuseppe Scriva e la figlia Alessandra sono poi accusati di intestazione fittizia di beni in quanto, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, Giuseppe Scriva avrebbe attribuito nel 2008 alla figlia la titolarità dell'immobile sito in via Aurelia Antica, del valore di 378mila euro, importo corrisposto in contanti per 168mila euro, stipulando poi un mutuo per 210mila euro, producendo a tal fine buste paga e dichiarazioni fiscali che - ad avviso della Dda - avrebbero falsamente attestato l'assunzione della ragazza nella società "Edil Consul Services".

Estorsione è invece il reato ipotizzato nei confronti di Alberto Caporaso e Claudio Pepi, avendo i due costretto un imprenditore - secondo la Dda di Roma - a consegnare a Pepi una Bmw.
L'avvocato Aldo Currà, Alberto Caporaso, Saverio Razionale e Francescantonio Primerano sono quindi accusati di concorso in estorsione ai danni del titolare della Bmw e dei figli di quest'ultimo che avrebbero ceduto ai vibonesi le quote societarie relative al bar "Caffè Fiume srl" di Roma con un trasferimento alla società "Nuovo Caffè Fiume srl" intestata a Caporaso Alberto, quale amministratore unico ed avente quali soci Francescantonio Primerano e Aldo Currà. Il prezzo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato di 648mila euro. Il reato è aggravato dalle finalità mafiose per aver agevolato il clan Fiarè-Razionale.
Infine, Razionale, Caporaso, Isola e Storaci sono accusati dell'intestazione fittizia di parte delle quote sociali della "Roma Services srl". Reato anche questo aggravato dalle finalità mafiose.

Nel collegio di difesa figurano gli avvocati Anselmo Torchia, Emanuela Falasca, Antonio Porcelli, Gaspare Latronico, Francesco De Luca, Umberto Graziani, Antonella Chiera e Giovambattista Puteri. Gli indagati avranno ora venti giorni di tempo per chiedere al pm della Dda romana di essere interrogati o per presentare eventuali memorie difensive.
Saverio Razionale, già al centro di diversi sequestri e confische di beni, è stato condannato con sentenza definitiva per il reato di associazione mafiosa al termine del processo in abbreviato scaturito dall’operazione antimafia della Dda di Catanzaro denominata “Rima”, risalente al luglio 2005. Viene ritenuto il “numero due” della cosca Fiarè di San Gregorio d’Ippona. Razionale viene collocato al vertice del clan sin dagli anni ’80, dopo l'attentato in cui perse la vita il precedente capo della cosca Giuseppe Gasparro, detto "Pino U gattu", zio di Razionale il quale nello stesso agguato rimase a sua volta ferito. Altro agguato venne compiuto ai danni di Razionale a metà anni '90 mentre si trovava a Briatico. Venne ipotizzato che il tentato omicidio fosse da attribuire al boss Giuseppe Mancuso (cl. '49) di Limbadi, ma le risultanze investigative non portarono mai ad un'accusa specifica. Razionale si era quindi trasferito a Roma, non smettendo però di ritornare spesso nel Vibonese, dopo il suo arresto nell’operazione “Rima” (2005) e la successiva scarcerazione per scadenza dei termini di custodia cautelare. Nella Capitale sarebbe riuscito a creare una rete criminale specializzata nel reinvestimento dei proventi illeciti in beni immobili ed attività commerciali. Sempre a Roma, Saverio Razionale sarebbe infine riuscito ad infiltrarsi pure negli appalti pubblici.
g.b.
In relazione all'articolo di cui sopra, dall'avvocato Francesco De Luca, difensore dell'indagata Alessandra Scriva, riceviamo e integralmente pubblichiamo:
"E' stato pubblicato un articolo, a firma di G.B., relativo ad un procedimento penale scaturito da un’inchiesta condotta dalla DDA di Roma in cui risulta indagata, tra gli altri, la d.ssa Alessandra Scriva. Orbene, non posso non rilevare, con grande disappunto, come l’articolo in questione sia fortemente eccentrico rispetto a quanto in realtà già accertato durante le indagini preliminari e, addirittura, ai limiti della diffamazione nei confronti della mia Assistita. Orbene, quest’ultima, sin dall’immediatezza, appena ricevuta la notifica del provvedimento di sequestro preventivo, avente ad oggetto l’appartamento di sua proprietà, sito a Roma, in Via Aurelio Antica, n. 425, scala U, piano 4, int. 61, nell’aprile 2014, ha proposto opposizione dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia Sezione Misure di Prevenzione. Quest’ultimo, con provvedimento n. 27/15 depositato il 7 ottobre 2015 ha integralmente accolto l’opposizione articolata dalla mia assistita, disponendo, conseguentemente, la revoca del sequestro preventivo e la conseguente totale caducazione dell’ipotesi investigativa inizialmente posta a fondamento del predetto sequestro e che all’esito dell’opposizione si è manifestata destituita del benché minimo costrutto fattuale e giuridico. Il Tribunale, in particolare, a pag. 50 del provvedimento, ha affermato che “ La difesa ha prodotto diverse allegazioni finalizzate a fornire elementi sulla disponibilità finanziaria idonea ad acquistare l’immobile in sequestro”, soffermandosi, in particolare, sulla “copia del mutuo ipotecario trentennale stipulato in data 3.12.2008 per la somma di € 210.000,00 nonché sulla copiosa produzione circa la disponibilità economica dei genitori della Scriva” e giungendo alla conclusione secondo la quale “Vengono dunque forniti elementi da cui desumere sia che la Scriva abbia avuto la disponibilità economica per l’acquisto del bene, sia che i suoi genitori possano aver utilizzato, anche in parte, la propria disponibilità per aiutare la figlia nell’acquisto dell’immobile operato nel 2008”. E’ evidente che i processi non possono farsi sulle colonne dei giornali; è però altrettanto chiaro che la cronaca - in particolare quella giudiziaria - deve essere sempre improntata agli irrinunciabili canoni di verità e correttezza nella diffusione della notizia che, nel caso in esame, non possono assolutamente dirsi rispettati. La mia Assistita riserva, dunque, ogni azione a tutela del proprio onore e della propria reputazione con riferimento all’articolo in questione".
Sin qui la nota dell'avvocato Francesco De Luca. Per parte nostra preme rilevare che se l'avvocato ritiene il nostro articolo ai "limiti" della diffamazione (in realtà un articolo o è diffamatorio oppure non lo è) nei confronti della sua assistita, non ha altra strada che quella di presentare una querela per diffamazione a mezzo stampa all'autorità giudiziaria competente che deciderà lei chi, come, dove e quando avrebbe compiuto azioni diffamatorie ai danni della sua assistita. Non capiamo davvero (pur rispettando il suo pensiero) per quali motivi l'avvocato definisca "fortemente eccentrico" il nostro articolo, il quale non fa altro che riportare quasi integralmente quanto contenuto nell'avviso di conclusione delle indagini preliminari della Dda di Roma. Avviso di conclusione indagini che l'avvocato dovrebbe ben conoscere.
L'avvocato De Luca si sofferma poi nella sua nota sulla revoca del sequestro preventivo da parte del Tribunale di Vibo Valentia Sezione Misure di Prevenzione. Il nostro articolo, di cui sopra, parla invece dell'avviso di conclusione indagini della Procura (Dda) di Roma. La circostanza è palmare e non abbisogna di ulteriori specificazioni da parte nostra. E' evidente quindi che i rilievi che l'avvocato pretende di muovere al nostro articolo dovrebbe rivolgerli al pm della Dda di Roma, Maria Cristina Palaia, al quale (al pm, non certo a noi) potrà ben spiegare le sue ragioni, atteso che anche nei confronti della sua assistita la Procura distrettuale antimafia romana ha inteso inviare un avviso di conclusione delle indagini preliminari di cui noi abbiamo doverosamente dato notizia perchè, piaccia o meno all'avvocato De Luca, questo è il nostro lavoro.
Non si capisce poi quale "processo" (per come lo definisce il legale) avremmo fatto dalle nostre colonne del giornale on line nei confronti della sua assistita, atteso che ci siamo limitati - lo ribadiamo - a dare conto dell'avviso di conclusione indagini della Dda di Roma rispettando quindi tutti "gli irrinunciabili canoni di verità e correttezza nella diffusione della notizia" che l'avvocato ritiene invece violati e (per come lo stesso scrive) "assolutamente non rispettati".
Attesi i toni e le argomentazioni che troviamo del tutto fuori luogo nella nota dell'avvocato De Luca per conto della sua assistita Alessandra Scriva (che doverosamente abbiamo pubblicato integralmente), siamo noi a questo punto a riservarci ogni azione a tutela del nostro onore e della nostra professionalità con riferimento alla nota in questione.
Giuseppe Baglivo
