Un principio che potrebbe fare scuola: la semplice presenza di un immobile abusivo non basta a dimostrare un arricchimento illecito. È la linea seguita dalla Corte di Appello di Catanzaro, Sezione Misure di Prevenzione, che ha revocato la confisca di prevenzione disposta anni fa nei confronti di Francesco Iannazzo.

La decisione è arrivata il 14 luglio 2025, all’esito del giudizio di rinvio disposto dalla Cassazione, e riguarda due terreni intestati allo stesso Iannazzo, sui quali sorgeva una costruzione abusiva. La Corte ha stabilito che la provenienza dei beni è pienamente legittima e che l’abusività dell’immobile non può di per sé generare un incremento patrimoniale idoneo a giustificare una misura così invasiva.

La difesa, affidata all’avvocato Giuseppe Spinelli del Foro di Lamezia Terme, aveva contestato fin dall’inizio la legittimità della confisca, sostenendo che non vi fossero elementi concreti per ritenere i terreni frutto di attività illecite. Un’impostazione che ha trovato conferma anche in Cassazione e che ora è stata definitivamente accolta dalla Corte d’Appello.

La sentenza assume particolare rilievo perché chiarisce un punto spesso al centro del dibattito giurisprudenziale: non ogni violazione edilizia si traduce automaticamente in un arricchimento illecito utile a fondare una misura di prevenzione patrimoniale. Serve invece un accertamento rigoroso, capace di distinguere tra abusi urbanistici e condotte che realmente incidono sull’accumulazione di ricchezze di origine mafiosa.

Con la restituzione dei terreni al proprietario, la Corte di Catanzaro ribadisce dunque che la lotta alla criminalità organizzata deve poggiare su prove solide e non su mere presunzioni, segnando un precedente destinato a pesare anche su futuri procedimenti analoghi.