Due le persone arrestate nell’ambito dell’operazione coordinata dalla Dda di Venezia. Obbligo di dimora per cinque, oltre sessanta gli indagati


Sette in tutto le misure cautelari nell’ambito dell’operazione denominata “Nuova Frontiera” e oltre sessanta le persone iscritte nel registro degli indagati a cui si contesta, a vario titolo di aver agevolato la ‘ndrangheta calabrese, truffe ai danni di società di leasing e ad istituti bancari, utilizzo indebito di carte di pagamento, bancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale. Dalle indagini è emerso che oltre 150 imprese sono state truffate con un danno stimato intorno ai 5 milioni di euro. Diverse società e imprese individuali in Veneto erano divenute obiettivo del gruppo e utilizzate per mettere in atto le truffe ai danni di imprenditori di diverse regioni della Penisola, ad eccezione della Calabria che sarebbe stato invece il luogo di destinazione dei beni ottenuti illecitamente.

La 'ndrangheta nel Nord Est, 7 misure cautelari e oltre 60 indagati

Michelangelo Garruzzo

Il sistema truffaldino. Da quanto accertato dai carabinieri, il gruppo individuava ed acquisiva le società in difficoltà finanziaria intestandole a dei prestanome così da presentarsi sul mercato come affidabili partner commerciali. Tramite le ditte venivano messe in atto le truffe, mandando in bancarotta le aziende nel giro di novanta giorni per sfuggire alla reazione delle vittime e alle ricerche degli investigatori. I proventi illeciti venivano riciclati attraverso delle società di leasing inconsapevoli, cui si chiedevano servizi funzionali alle attività. Ma c’è di più. Venivano utilizzate carte carburanti intestate a flotte aziendali inesistenti, utilizzate per l’effettuare rifornimenti e la rivendita clandestina del prodotto petrolifero acquisito illecitamente.

Antonio Anello

Le indagini. L’inchiesta ha svelato un “metodo mafioso” adottato da alcuni componenti del sodalizio, accusati di aver minacciato e percosso un giovane commesso stagionale, dopo averlo condotto di forza nel retrobottega di un supermercato di Jesolo Lido (Ve), unità gestita in affitto d’azienda attraverso una società che sarebbe stata asservita alla compagine criminale. La punizione sarebbe scattata perché il giovane si sarebbe permesso di caldeggiare, legittimamente, la busta paga, paventando, in alternativa, di rivolgersi alle organizzazioni sindacali e così scatenando la capacità intimidatoria del gruppo, che fino ad allora era stata latente. L’episodio risale alla fine di agosto del 2015. Il supermercato in questione, la notte tra il 30 e 31 agosto di quell’anno, venne svuotato ed abbandonato, suscitando grave apprensione tra i fornitori della zona, raggirati dal sodalizio che da questa operazione ci avrebbe guadagnato diverse centinaia di migliaia di euro. Il market, secondo quanto accertato dagli inquirenti, riusciva a fruttare almeno cinquemila euro al giorno, al netto delle spese, trattandosi di merce che veniva acquistata con la formula di pagamento a 30, 60 o 90 giorni, tempo sufficiente al gruppo per mettere a segno le eventuali truffe e poi sparire. L’episodio intimidatorio documentato per gli inquirenti sarebbe “significativo di un innalzamento della pericolosità nel territorio economico veneto manifestata dal gruppo criminale, che pur di realizzare consistenti illeciti profitti” non sarebbe arretrato nei propri propositi “e che, anzi, di fronte agli ostacoli legittimamente posti dal tessuto “sano” della società locale” non avrebbe esitato a utilizzare anche in Veneto metodiche di stampo mafioso.


Indagati. Michelangelo Garruzzo, 56enne originario di Rosarno ma da tempo trapiantato in provincia di Treviso, affiliato alla cosca Pesce; e Antonio Anello, 63enne originario di Curinga nel Catanzarese, che viveva di solito tra la Calabria e il Veneto, è considerato appartenente ai Fiarè di San Gregorio d’Ippona, clan alleato ai Mancuso di Limbadi. Entrambi finiti in arresto, con l’aggravante per Anello di aver continuato a commettere reati, sotto il vincolo associativo, nel triennio successivo alla cessazione degli effetti della misura di prevenzione personale, dato che il Tribunale di Catanzaro, fino a settembre del 2011, l’aveva sottoposto alla sorveglianza speciale. In cinque sono stati raggiunti dall’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria: F.S., 70enne di Pescara; A.D., 32enne di Curinga (Cz); P.R., 34enne di Curinga (Cz); G.S., 31enne di Rosarno (Rc) e G.C., 47enne di Rosarno (Rc).