Un ex reggente di una delle più potenti cosche mafiose calabresi, ormai diventato ex collaboratore di giustizia, ha rilasciato una drammatica testimonianza al Gazzettino, rivelando il calvario che sta affrontando. L'uomo, la cui identità rimane sconosciuta, ha dichiarato di aver collaborato con le autorità italiane come testimone di giustizia per quasi 13 anni, dal 2010 al 2023, periodo in cui ha vissuto sotto protezione. Tuttavia, da quando ha scelto di uscire dal programma, la sua vita è precipitata in una spirale di paura e difficoltà.

La sua dichiarazione è un racconto crudo della perdita della serenità che ha seguito l'acquisto di un'attività commerciale. Sei mesi dopo, la sorella dell'uomo ha ricevuto un messaggio di minacce contenente dettagli precisi sulla sua nuova vita, comprese le coordinate della sua abitazione e del locale acquistato. Questo ha scatenato un'ondata di preoccupazione che lo ha portato a chiedere di rientrare nel programma di protezione. Nonostante le sue ripetute richieste, la protezione gli è stata negata, lasciandolo solo e vulnerabile.

Nella sua confessione, l'ex mafioso ha rivelato il suo passato criminale, parlando del ruolo di reggente in una delle principali cosche calabresi, con compiti che spaziavano dall'acquisto di droga all'estero a usura ed estorsione. Ha ricordato anche un agguato subito anni fa, dal quale è sopravvissuto mentre un suo parente è stato ucciso.

La sua decisione di collaborare con la giustizia è stata una scelta sofferta, fatta senza pressioni legali, ma ora si trova in una condizione di estrema precarietà. Vive in macchina con la figlia adolescente, la moglie e un cognato malato di cancro, un quadro che delinea la disperazione di un uomo che, dopo aver rinnegato il suo passato, si trova abbandonato a se stesso. Le sue ultime parole sono un appello accorato: «Sto chiedendo aiuto a tutti, non posso ritornare in Calabria».