Il particolare è emerso nel corso della deposizione del'ex luogotenente della Stazione dei carabinieri di Vibo Lopreiato nell'ambito della nuova udienza di "Romanzo Criminale"

Da un luogotenente ad un altro. Da Sebastiano Cannizzaro e Nazzareno Lopreiato. L'aula è sempre la stessa, quella del nuovo Tribunale di Vibo Valentia. Lo stesso è anche il processo, “Romanzo Criminale”. Alla sbarra i Patania di Stefanaconi.

Indagini delegate alle Stazioni. Questa mattina nuova udienza e a rispondere alle domande del pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Andrea Mancuso e a quelle dell'avvocato Pasquale Patanè, difensore dell'ex comandante della Stazione dei carabinieri di Sant'Onofrio Sebastiano Cannizzaro, è stato proprio Nazzareno Lopreiato chiamato nell'aula bunker come teste. Per quindici anni, a cavallo tra il 1999 ed il 2014, ha condotto alcune tra le più importanti inchieste contro la 'ndrangheta e le varie consorterie criminali. Lo ha fatto da comandante della Stazione dei carabinieri di Vibo. Una deposizione utile alla difesa dell'ex maresciallo Sebastiano Cannizzaro per dimostrare che in quegli anni molte Stazioni nel Vibonese si erano occupate con frequenza di 'ndrangheta su espressa delega della Dda.  

Nazzareno Lopreiato

Le inchieste di Lopreiato. Un'attività che Lopreiato aveva svolto anche nel ruolo di giovane comandante della Compagnia di Serra San Bruno. Le sue indagini e le sue intuizioni sfociarono in una delle più importanti operazioni antimafia condotte nel comprensorio serrese contro i clan dei “Viperari”. L'inchiesta “Mangusta” con la quale fu sferrato un duro colpo ai Vallelunga di Serra San Bruno. Appena arrivato a Vibo, per conto sempre della Dda, portò a conclusione un'altra operazione questa volta contro i Mancuso. Un'attività investigativa, delegata dalla Dda alla Stazione dei carabinieri di Vibo, che sfociò la doppia inchiesta denominata “Minosse” conclusasi con una serie di condanne nei confronti di esponenti di spicco del clan di Limbadi. Negli anni il sottufficiale si è occupato anche dei Patania di Stefanaconi, dei Piscopisani, ma anche dei Soriano di Filandari e dei Tripodi di Porto Salvo. E' in questa circostanza che ha lavorato insieme a Sebastiano Cannizzaro. “Un maresciallo vecchio stampo” ha riferito in aula Nazzareno Lopreiato che ha anche precisato come le Stazioni dei carabinieri non dovrebbero avere un ruolo investigativo bensì di controllo del territorio. In quegli anni non era così perché la Dda puntava molto sulle Stazioni facendo svolgere delicate indagini antimafia. Secondo quanto sostenuto in aula da Lopreiato erano particolarmente attive su questo fronte, oltre alla Stazione di Vibo, anche quelle di Sant'Onofrio, Filandari e San Costantino Calabro.

Tante deleghe, pochi uomini. Queste indagini – ha sottolineato il sottufficiale dei carabinieri – si facevano con enormi sacrifici. Le deleghe della Dda erano tante, gli uomini a disposizione per le complesse attività investigative sempre pochi. Eppure tra intercettazioni, pedinamenti, riscontri sul campo ed informative, i risultati, sotto il coordinamento dei pm che si sono alternati sul territorio (Marisa Manzini, Pierpaolo Bruni e Gianpaolo Boninsegna), arrivavano e spesso finivano per confluire in inchieste di spessore. Tant'è che l'allora procuratore capo della Dda di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo ebbe a dire, davanti alla Commissione parlamentare antimafia, che "nel Vibonese faceva più inchieste qualche maresciallo che un intero reparto operativo dei carabinieri".