Caro presidente,
continuo a seguire i suoi litigi sulla sanità. La sua caparbietà nel fare nomine e annunci. La sua passione a difendere le competenze che le spettano. Non so chi di voi abbia ragione e francamente poco mi interessa.
Non mi interessa perché sono uno dei tanti numeri di quella sanità negata. Uno dei tanti volti che si incontrano sui treni, sugli aerei e sugli autobus in quei viaggi alla ricerca di una speranza lontano da casa.
Sono uno dei tanti malati cronici che non ha diritto alla sanità e alla dignità. Non nella sua terra, almeno. Perché non ha dignità chi deve lasciare la sua casa per curarsi altrove. Chi nella stanza di un albergo (i più fortunati) cercano il conforto di un luogo amico che non troveranno.
Perché si - sapete una cosa - mentre litigate su nomine e commissari e su ragioni e torti, c’è un mondo che lotta per sopravvivere fuori. Un mondo fatto di lacrime e gioie che si consumano tra le stanze di ospedali, sempre troppo lontani.

Le parlerò di me, oggi. Ma io sono uno dei tanti. Le parlerò di cosa significa ogni viaggio e non solo in termini economici. Perché spendi tutto quello che hai - se li hai e se qualcuno ti aiuta - quando stai male. Spendi tutto e fai spendere di tutto ai calabresi che pagano quell’emigrazione spesso obbligata. Perché ci sono malattie che qui non ti curano, ci sono malattie che qui a volte non ti diagnosticano, ci sono malattie che qui per essere curate necessitano di tempi che la malattia non concede, o di amicizie che, a volte, non hai e che, a volte, non vuoi neanche avere.
Prosciughi quel poco che hai, con quel lavoro da poco che in Calabria (sempre se sei fortunato) sei riuscito ad avere.
E poi fai la tua piccola valigia, ci metti l’indispensabile perché, lo sai, che a volte nel viaggio di ritorno non avrai neanche la forza di camminare. Parti e speri che sia l’ultima volta o che, almeno, la prossima volta, sia migliore.

Parti e guardi dal finestrino, i chilometri che passano, il paesaggio che cambia, il freddo che senti nelle ossa, anche quando fuori è caldo. Parti e dopo tante ore arrivi. Arrivi in una stanza d’albergo che per l’occasione provi a rendere familiare. Controlli se questa volta l’offerta che hai trovato ti darà qualche confort. Poi, inizi a prepararti e a pensare. A come sarà, a quello che sarà. Al perché sei lì, così lontano. Diventi fragile. Ma poi arrivi in ospedale, lì dove incontri tanti come te. E ritrovi la forza, perché leggi negli occhi che incroci sofferenze che annullano le tue. Senti di viaggi lontani, ritrovi quelle storie di speranza, che sono un po’ le tue. Poi è il tuo turno, fai quello che devi fare, speri che il tempo passi veloce. Lo fai mentre tutto si annebbia. Tra le carezze di medici ed infermieri che ti assicurano che presto tutto finirà.
Chiami un taxi (se sei fortunato) e con gli occhi lucidi torni verso quella casa che casa non è. Provi a cercare un angolo che ti accolga. Provi a non pensare che tu cittadino calabrese non sei italiano. Non hai gli stessi diritti, tu terrone che oltre al danno subisci la beffa.

Non mentre sei in quella stanza d’albergo. Non quando sei un numero a cui hanno anche tolto la dignità che intanto affoga nel mare di sprechi che in Calabria hanno divorato la sanità, rendendola ostaggio di una politica famelica che programma ospedali, baratta nomine e mette in fuga i suoi malati e le sue professionalità.
Siamo tanti, siamo tanti noi malati e tanti sono i medici costretti ad andare via, rendendo migliori gli ospedali di Italia e del mondo.
Voi siete pochi, invece. E, nonostante questa inferiorità, riuscite a sopraffare tutto e tutti. Riuscite a rendere il costo di un esame o del ticket il doppio rispetto ai luoghi dove la sanità si amministra con oculatezza. Riuscite a fare pagare tasse a chi poi deve anche pagate per partire. Riuscite a riempire sale per convegni sulla nuova sanità - è sempre nuova quella di cui si parla - senza arrossire davanti alle macerie che avete lasciato, riscoprendo di volta in volta nuovi alibi.

Siete riusciti a creare il vuoto e ancora oggi non ve ne siete accorti. Non guardando le cattedrali nel deserto che, da una parte all’altra della regione, raccontano storie di politiche sbagliate, non guardando gli ospedali ridotti a campi da guerra senza ascensori e con malati portati a braccio, dove per fare un prelievo a volte manca pure l’ovatta. Dove anche la ‘Ndrangheta indisturbata ha messo le sue pedine con personale “promosso” in loco con chiamata diretta, dove se chiami l’ambulanza devi sperare che ci sia un autista.
Ma tutto questo ai vostri occhi è invisibile. Lo è alla politica che non ha preoccupazioni a vivere di raccomandazioni e chiamate all’amico. Lo è per chi preferisce litigare e fare annunci, perché la colpa è sempre di chi c’è stato prima e del governo ladro. Il resto è storia. Numeri senza volto che lottano per sopravvivere, cercando ancora di sperare. In viaggio, lontano da casa. A spese proprie e dei calabresi.
Caro presidente, mentre si arrabbia, mentre pensa alle catene da indossare per protestare, provi a guardare negli occhi dei malati. Provi ad andare in un ospedale e chiedere quanto costa una visita, quali sono i tempi di attesa. Poi, provi a chiedere ai tanti emigrati della sanità perché lo fanno e si metta in viaggio su un treno per guardare negli occhi l’amarezza di chi non vorrebbe partire. E chieda loro cosa si prova a stare in quella stanza di albergo, lontano da casa. Mentre cerchi di non fare rumore e fare finta che quella sia una vacanza. Quella che non potrai fare, perché anche quest’anno quel poco che hai guadagnato lo hai speso per curarti. Lo faccia caro presidente, perché per cambiare non è mai tempo. E voi commissari, di una sanità sempre commissariata, e Governo battete un colpo se ci siete. Che qui di sanità si muore. Muore la nostra dignità di malati e quella dei professionisti calabresi che ci curano nel resto d’Italia