E' successo a Palmi nel corso del processo sulla faida di Gioia Tauro denominato "Atlantide". Al centro del caso l'imprenditore milanese Pedrali

Entra in aula come persona offesa ed esce indagato. E' quanto successo ieri nel corso del processo “Atlantide”, davanti alla Corte d’assise di Palmi. Nel procedimento nato dall’inchiesta della Dda di Reggio Calabria sulla faida di Gioia Tauro del 2005, era stato chiamato a testimoniare l’imprenditore lombardo Giacomo Pedrali. Secondo la ricostruzione della Procura antimafia di Reggio Calabria, l’uomo avrebbe subito un’estorsione da parte di Rocco Ivan Stillitano, imputato nel processo.

Recupero crediti La realtà, però, era diversa da quella per la quale era stato chiamato testimoniare. Tanto che il presidente della Corte d’assise Simona Monforte ha bloccato la sua escussione, gli ha letto i suoi diritti e gli ha nominato un avvocato d’ufficio. Secondo quanto dichiarato da Pedrali, infatti, non avrebbe subito una estorsione, ma lui stesso avrebbe deliberatamente contattato dei soggetti calabresi poco raccomandabili per riuscire a riuscire a rientrare da ingenti crediti che vantava da altri imprenditori. Si tratterebbe di una cifra che si aggira intorno ai 250mila euro. Il tramite tra Pedrali e gli uomini della Piana di Gioia Tauro, sarebbe stato un calabrese che lavorava come fattorino a Milano. Pedrali avrebbe anche dato un piccolo acconto di 300 euro per fare partire il recupero del credito, ma appena ricevuti i soldi i soggetti della piana di Gioia Tauro sarebbero scomparsi.