Nuovo capitolo giudiziario nel processo per l’omicidio di Pietro Bucchino, il 32enne ucciso a colpi di pistola la sera del 10 novembre 2003 in località Savutano, nella zona di Sambiase a Lamezia Terme. La Corte di Cassazione ha infatti annullato con rinvio la sentenza con cui, il 17 luglio scorso, la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro aveva assolto Peppino Daponte, 65 anni, ritenendolo non responsabile del delitto.

Una decisione che riapre nuovamente il procedimento e porta verso un quinto grado di giudizio per l’imputato, accusato di omicidio aggravato dalle modalità mafiose e di detenzione illegale dell’arma utilizzata per il delitto, un revolver calibro 38.

La vicenda processuale si trascina da anni tra condanne, annullamenti e assoluzioni. In primo e secondo grado Daponte era stato condannato a 30 anni di reclusione. Successivamente la Cassazione aveva disposto un primo annullamento con rinvio, portando a un nuovo processo d’appello conclusosi con l’assoluzione. Ora il secondo annullamento deciso dal Supremo Collegio rimette tutto nuovamente in discussione.

Secondo l’impianto accusatorio, l’omicidio di Bucchino sarebbe maturato nell’ambito delle dinamiche criminali riconducibili alla cosca confederata Iannazzo-Cannizzaro-Daponte. La vittima, secondo gli inquirenti, avrebbe agito autonomamente nel settore dei reati contro il patrimonio in un territorio sottoposto al controllo del clan, circostanza che avrebbe determinato la decisione di eliminarlo per riaffermare il controllo mafioso sull’area sambiasina.

Gli investigatori ritengono che il delitto sia stato eseguito da più persone, rimaste però ignote, che avrebbero esploso diversi colpi di pistola contro il 32enne, raggiungendolo in punti vitali e lasciandolo senza scampo.

Nel corso del giudizio di appello erano stati ascoltati anche i collaboratori di giustizia Gennaro Pulice e Matteo Vescio, oltre al testimone Cosimino Berlingeri. Proprio sulle dichiarazioni dei pentiti si sono concentrate gran parte delle valutazioni della Cassazione, che ha evidenziato carenze motivazionali nelle precedenti decisioni.

Secondo i giudici di legittimità, le dichiarazioni accusatorie sarebbero state valutate senza un adeguato approfondimento sul contesto e sull’effettiva attendibilità dei racconti. Vescio, infatti, avrebbe riferito informazioni apprese da terze persone senza conoscere direttamente Daponte, mentre Pulice avrebbe raccontato di una presunta confessione ricevuta dall’imputato sull’omicidio maturato, secondo tale versione, per punire Bucchino dopo il furto di un trattore ai danni di un imprenditore vicino agli ambienti della ’ndrangheta.

Elementi che, per la Suprema Corte, necessitano di una nuova valutazione da parte dei giudici di merito. Sarà quindi un nuovo processo di secondo grado a riesaminare la posizione di Peppino Daponte e a tentare di fare ulteriore chiarezza su un omicidio che, a oltre vent’anni dai fatti, continua a non avere ancora un responsabile definitivo.