’Ndrangheta, duro colpo per la Dda: salta l’Appello sulle “nuove leve” di Vibo (NOMI)
La Corte d’Appello di Catanzaro boccia l’impugnazione contro le assoluzioni: fatale l’errore procedurale sul deposito telematico
Un altro pilastro dell’accusa che cede, non per il merito delle prove, ma per un inciampo tecnico-procedurale. La terza sezione penale della Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta da Battaglia, ha dichiarato inammissibile l’appello presentato dalla Direzione distrettuale antimafia contro le sentenze di primo grado che, nel luglio 2025, avevano scagionato le cosiddette “nuove leve” della ’ndrangheta di Vibo Valentia.
Il vizio di forma che "salva" gli imputati
Al centro del contenzioso giudiziario c’è la modalità di presentazione del ricorso. Dall’1 gennaio 2025, la legge impone il deposito telematico obbligatorio degli atti d’impugnazione. Secondo quanto eccepito dagli avvocati difensori Francesco Sabatino e Walter Franzè — rispettivamente per Domenico Macrì e Michele Manco — la Procura avrebbe ignorato tale obbligo, utilizzando canali non conformi alla normativa vigente. I giudici di secondo grado hanno confermato la tesi della difesa: l'appello è stato dichiarato inammissibile, un esito che ricalca il recente precedente registrato nel maxiprocesso Maestrale.
La pronuncia della Corte produce un effetto dirompente sull’intero impianto accusatorio. Il procedimento, che mirava a ribaltare le assoluzioni per reati di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di imprenditori locali, è stato di fatto svuotato. Gli imputati — tra cui Salvatore Morelli, Andrea Ruffa, Domenico Serra, Francesco Antonio Pardea e Andrea Mantella — vedono consolidarsi le assoluzioni incassate in primo grado, con la formula piena per insussistenza del fatto o non commissione dello stesso.
L’unica posizione a restare, in minima parte, sotto la lente dei giudici è quella di Michele Manco. Il trentottenne, unico condannato in primo grado a 6 anni e 3 mesi per singoli episodi estorsivi (esclusa però l’associazione mafiosa), resta in giudizio solo per gli aspetti inerenti alla condanna già inflitta dal Tribunale di Vibo.
La Dda di Catanzaro, con il ricorso firmato dai sostituti Eugenia Belmonte e Giuseppe Buzzelli, puntava a una rivalutazione radicale delle testimonianze dei collaboratori di giustizia e a una visione d'insieme delle intimidazioni contestate, che, secondo gli inquirenti, avrebbero dovuto comprovare la continuità operativa del clan Pardea-Ranisi.
Il Tribunale di Vibo Valentia, già nel 2025, aveva sollevato dubbi sulla solidità di tale impianto, ritenendo i riscontri insufficienti e non provata la continuità operativa del gruppo dopo il 2019. Con l'odierna decisione, la strategia dei pm subisce un altro duro colpo. E cresce il timore, negli uffici della Procura, che il vizio di forma rilevato a Catanzaro possa trasformarsi in un effetto domino, mettendo a rischio di inammissibilità altri procedimenti di rilievo depositati nel corso del 2025.
