Si chiude con un bilancio misto il processo Assocompari, terzo troncone dell’inchiesta Rinascita Scott, uno dei più ampi e complessi procedimenti giudiziari contro la criminalità organizzata vibonese. La sentenza di primo grado, pronunciata dal Tribunale collegiale di Vibo Valentia, ha visto sei condanne, numerose assoluzioni piene e prescrizioni per alcuni reati, soprattutto a causa della mancata contestazione dell’aggravante mafiosa.

L’indagine, coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, aveva acceso i riflettori su una presunta holding criminale internazionale, con radici nella cosca Bonavota di Sant’Onofrio, e ramificazioni in Ungheria e Cipro, dedita – secondo l’accusa – al riciclaggio e reinvestimento di capitali illeciti.

Le condanne: pene ridimensionate rispetto alle richieste Dda

  • Basilio Caparrotta (classe 1971): condannato a 10 anni di reclusione (la Dda aveva chiesto 16).
  • Giovanni Barone: condannato a 7 anni (contro i 22 richiesti). L’accusa di associazione mafiosa è caduta.
  • Gaetano Lo Schiavo: 4 anni e 8 mesi (contro 9 richiesti).
  • Saverio Boragina, Luigi Fortuna e Anna Maria Durante: condannati ciascuno a 2 anni e 4 mesi.

Assoluzioni piene: “il fatto non sussiste” o “non ha commesso il fatto”

Tra le assoluzioni più rilevanti, quelle di:

  • Basilio Caparrotta (classe 1961) e il fratello Gerardo Caparrotta: entrambi assolti per non aver commesso il fatto. Erano accusati di associazione mafiosa e riciclaggio internazionale, con richieste Dda fino a 16 anni.
  • Fabrizio Solimeno e Sona Vesholli: assolti perché il fatto non sussiste. Erano imputati per ricettazione aggravata dal metodo mafioso.
  • Antonella Silvia Serrao: estinzione per prescrizione di alcuni reati e assoluzione dalle accuse più gravi.
  • Marilena Ventrici: assolta in linea con la richiesta dell’accusa.
  • Loris Junior Aracri, Raffaele Arone, Danilo Fiumara, Francesco Caridà, Francesco Santaguida, Michele Vitale, Gianluigi Cecchi e Domenico Salvatore Cichello: tutti scagionati da ogni accusa.

Il nodo dell’aggravante mafiosa

Elemento centrale della sentenza è la mancata contestazione dell’aggravante dell’agevolazione mafiosa, che ha inciso profondamente sul peso delle pene inflitte e sul destino processuale di numerosi imputati. Molti dei reati-fine, come riciclaggio e ricettazione, sono finiti in prescrizione, non essendo stati riconosciuti come aggravati da finalità mafiose.

Una holding criminale senza prove sufficienti

La Procura antimafia di Catanzaro aveva descritto la rete criminale emersa nell’operazione come una struttura societaria transnazionale, funzionale al riciclo dei fondi della cosca Bonavota. Tuttavia, per il Tribunale non sono emersi elementi sufficienti a dimostrare il coinvolgimento mafioso diretto della maggior parte degli imputati.