In Spagna, per farsi rispettare nel mondo del narcotraffico, bastava dire il nome giusto. «Io spendevo la mia appartenenza alla famiglia Alvaro», racconta Vittorio Raso, ex narcotrafficante di primo piano per le cosche calabresi e oggi collaboratore di giustizia, ai magistrati della Dda di Torino. «Dicevo anche che avevamo l’uscita al porto della cocaina grazie ai Pesce, grazie a Bartolo Bruzzaniti». Con queste parole, Raso delinea il prestigio criminale dei clan calabresi anche fuori dall’Italia. A Castelldefels, poco distante da Barcellona, Raso fu arrestato nel giugno di tre anni fa a un posto di blocco. Solo due anni prima, sempre in Spagna, era stato fermato ma subito rimesso in libertà. Da tempo era noto negli ambienti criminali come “l’esaurito”, e non aveva bisogno di molte presentazioni.

Ma non erano solo gli spagnoli a riconoscere il peso della ’ndrangheta. «Anche i fornitori albanesi, quando sentivano che eri calabrese, ti rispettavano. Perché i calabresi sono pagatori, non truffano. Solo questo bastava a farti strada», spiega Raso. In Italia, la sua fama parlava da sola. «Non dovevo neanche dire con chi stavo, era risaputo. A Settimo Torinese, ad esempio, i Magnis o i Carnazza non si sarebbero mai permessi di ostacolarmi. Sapevano che ero con gli Alvaro, e che sono cugino di Giacomo Lo Surdo, figura di spicco dei Crea, e compare di Franco D’Onofrio. A Torino, più di loro non c’era nessuno». Secondo il suo racconto, nessuno si azzardava a metterlo in discussione. «Se avessi voluto, avrei potuto impormi sul mercato. Ma non ne avevo bisogno. Vendevo all’ingrosso e facevo prezzi competitivi. Erano gli altri a cercare me».
Raso sottolinea come il suo ruolo fosse ben noto anche fuori dal Piemonte. «Non ho mai dovuto chiedere l’intervento di Domenico Alvaro. Le famiglie che contano erano in carcere con noi, tutti conoscevano la forza degli Alvaro. E chi comprava da me sapeva benissimo che ero un uomo della ’ndrangheta».