La Curva Nord interista terreno di infiltrazione della ’ndrangheta (NOMI)
Dalle motivazioni depositate nel processo “Doppia Curva” emerge un sistema criminale strutturato

Non solo violenza da stadio, ma un sistema criminale strutturato. È l’immagine che emerge dalle motivazioni depositate questa settimana dalla Gup di Milano Rossana Mongiardo sul processo “Doppia Curva”, che ha analizzato il ruolo delle curve organizzate nel calcio milanese come strumenti di lucro e di controllo sociale, con infiltrazioni della ’ndrangheta.
Secondo la giudice, la Curva Sud del Milan, guidata da Luca Lucci, operava come associazione autonoma dedita al bagarinaggio e ad attività illecite, con introiti superiori ai 100mila euro annui, usando la violenza come strumento di intimidazione. Diversa la Curva Nord dell’Inter, dove il tifo organizzato fungeva da «contesto materiale di copertura» per affari illeciti legati al clan Bellocco. Antonio Bellocco, Andrea Beretta e Marco Ferdico, secondo la Gup, gestivano biglietti, merchandising e raccolte fondi, con Bellocco a garantire protezione e prevenire interferenze da altri clan calabresi.
Le indagini hanno evidenziato anche omicidi emblematici: quello di Vittorio Boiocchi nel 2022 e di Antonio Bellocco nel 2024, considerati snodi del sistema criminale. Giuseppe “Pino” Caminiti, condannato a cinque anni, fungeva da raccordo tra interessi imprenditoriali e controllo mafioso dei parcheggi intorno a San Siro. Le intercettazioni documentano inoltre il coinvolgimento di Matteo Norrito nella spartizione dei proventi e i rapporti con il mondo dello spettacolo, tra cui il rapper Fedez, citato per collaborazioni imprenditoriali ma non imputato.
Le motivazioni sottolineano come la ’ndrangheta abbia sfruttato la Curva Nord per generare introiti, esercitare controllo ambientale e consolidare il prestigio del gruppo, trasformando il tifo organizzato in una nuova frontiera della criminalità. Le condanne complessive superano gli 80 anni e prevedono risarcimenti a Lega Serie A, Inter e Milan, ma per la Gup il caso resta un monito sul rischio di infiltrazioni mafiose nello sport e nello spettacolo.
