Non bastano i sospetti o le letture interpretative di vecchi verbali per sancire una condanna definitiva. È questo, in sintesi, il cuore delle 29 pagine con cui la Corte di Cassazione ha motivato l'assoluzione con formula piena dell'avvocato Giorgio De Stefano, mettendo la parola fine a uno dei capitoli più complessi del maxi-processo “Gotha”.

La decisione, che era già stata anticipata dal dispositivo del 12 dicembre 2025, demolisce l'impianto accusatorio che dipingeva il penalista reggino come il "vertice strategico" di una cupola invisibile capace di condizionare istituzioni ed economia. Per i giudici di legittimità, semplicemente, «il fatto non sussiste».

Il verdetto dei giudici supremi si fonda su un rigoroso principio di diritto: la non giudicabilità di fatti già analizzati in passato. La Cassazione ha ricordato come esistesse un limite invalicabile, il cosiddetto ne bis in idem, che impediva di rivalutare la posizione di De Stefano per gli anni precedenti al 2005, periodo per il quale era già stato assolto in un altro procedimento.

Nonostante la Corte d'Appello di Reggio Calabria avesse tentato, nel novembre 2024, di riqualificare la sua posizione come "partecipazione semplice" alla cosca, rideterminando la pena a 10 anni di reclusione, la Suprema Corte ha stabilito che quel tentativo violava i paletti fissati dalle precedenti sentenze.

Il passaggio più critico delle motivazioni riguarda la qualità delle prove portate dalla Procura antimafia per il periodo compreso tra il 2005 e il 2016. Secondo gli Ermellini, i verbali di pentiti come Lo Giudice e Villani sono stati ritenuti non pertinenti, poiché riferiti a contestazioni (quella dell'associazione segreta) ormai cadute o cronologicamente distanti La Corte ha sottolineato che nessuno degli elementi presentati possedeva la natura di "fatto concludente". In parole povere, mancava la prova granitica necessaria per superare la soglia del ragionevole dubbio: “Pur apprezzandosi lo sforzo rielaborativo dei giudici di rinvio, la ricostruzione non offre elementi di responsabilità che possano resistere al vaglio di legittimità”.

L'assoluzione definitiva premia la strategia del collegio difensivo — composto dagli avvocati Giorgio e Valerio Vianello, Paolo Tommasini e Giovanni De Stefano — che ha sempre contestato la sovrapposizione tra la figura professionale dell'imputato e i presunti interessi della 'ndrangheta. Con questa sentenza, cade definitivamente l'immagine di Giorgio De Stefano come "eminenza grigia" del direttorio criminale reggino, restituendo una verità processuale che smentisce anni di teoremi investigativi.