'Ndrangheta vibonese, il pentito rompe il silenzio: «Così parlò degli omicidi della faida» (NOMI)
Faide, latitanze protette e vecchie alleanze criminali: in aula emergono i retroscena della guerra di mafia che ha insanguinato il Vibonese. Al centro del dibattimento il ruolo dei fratelli Maiolo e i legami con il clan Bonavota
Il muro dell'omertà mafiosa continua a subire crepe profonde aule di giustizia. Nel cuore del procedimento giudiziario denominato Habanero, l'inchiesta antimafia che ha azzerato i vertici criminali di Acquaro e il locale di Ariola, emergono spaccati inediti sulle dinamiche stragiste e sulla fitta rete di protezione garantita ai latitanti tra le montagne delle preserre vibonesi.
Alleanze storiche e rifugi sicuri
Al centro delle deposizioni chiave rese davanti ai giudici spicca la testimonianza del collaboratore di giustizia Francesco Fortuna. Il pentito, tracciando le linee guida dei collegamenti criminali tra i clan egemoni, ha svelato i dettagli logistici della fuga di Francesco Maiolo. Durante il periodo di clandestinità vissuto nel 2015, il presunto boss avrebbe trovato riparo sicuro a Sant’Onofrio sotto l'ala protettrice della potente famiglia Bonavota.
Un asse criminale cementato da antichi legami di sangue e mutua fiducia tra le vecchie generazioni mafiose, sfruttato da Maiolo per godere di una rete di appoggi impenetrabile. Gli spostamenti del latitante avvenivano ciclicamente tra il centro vibonese e il paese d'origine, in un clima di totale copertura investigativa garantito dai sodali locali.
Le ammissioni e la strategia difensiva
Nel corso del suo esame, il collaboratore si è soffermato su un episodio ritenuto di rilevanza cruciale per gli inquirenti della Dda di Catanzaro: una presunta confessione estorta in un momento di cedimento emotivo da parte dello stesso Maiolo in merito a fatti di sangue storici legati alla feroce faida contro la fazione degli Emanuele. Una rivelazione che, violando i rigidi codici comportamentali imposti dalle organizzazioni criminali, avrebbe squarciato il velo sui mandanti e sugli esecutori di agguati rimasti a lungo avvolti nel mistero. Una ricostruzione radicalmente respinta dal collegio difensivo. L'avvocato Sandro D’Agostino, nel corso del riesame in aula, ha smontato la veridicità di simili confidenze, rimarcando l'incompatibilità di tali dichiarazioni con le regole ferree di comportamento dei soggetti inseriti nei contesti di ‘ndrangheta di alto spessore. Dal canto suo, l'imputato ha rigettato ogni accusa attraverso dichiarazioni spontanee, respingendo l'etichetta di latitante e contestando fermamente i contatti descritti dal pentito nel corso degli anni.
