STORIE | Giordano Ruffo di Calabria, studioso di cavalli alla corte di Federico II
C'è un libro che pochi conoscono, scritto da un calabrese, che è stato un vero e proprio bestseller. Sembra una contraddizione in termini, ma non è così. Stiamo parlando di un'opera che viene ritenuta la base dell'arte veterinaria medievale italiana e la prima che tratta anche delle basi dell'equitazione, scritta da Giordano Ruffo, anzi manoscritta, nell'arco di un lustro a metà del XIII secolo. Il titolo più conosciuto è “De medicina equorum” o “Hippiatria” (l'opera non ha mai avuto un titolo definitivo) e si tratta un libro che per secoli ha goduto di una diffusione molto ampia, nel quale sono riportati consigli e cure per i cavalli, animali molto diffusi e utilizzati in quell'epoca. Il cavallo, infatti, era considerato uno strumento bellico e come tale i sovrani spesso ne vietavano l’esportazione e il commercio. Il Registrum federiciano informa come agli obblighi della levata feudale o “servitium”, i baroni e i feudatari dovessero aver sempre pronti e efficienti cavalli ed armi.
Oggi se un libro è di successo lo dicono i numeri delle copie vendute, ottocento anni fa il successo di un manoscritto si evinceva dal numero di testimoni (copie) superstiti censiti, che nel caso del trattato di Giordano Ruffo sono ben 189 (ben 173 manoscritti e 16 a stampa) in otto lingue diverse: latino, italoromanzo, francese, occitanico, catalano, gallego, ebraico e tedesco. Tanto per rendere un'idea, la Divina Commedia di Dante, un'opera fondamentale per la letteratura mondiale, fu riportata in 800 testimoni manoscritti ed è seconda dopo la Bibbia.
Chi era Giordano Ruffo? Non è una risposta facile, come sembrerebbe. Di lui si hanno ben poche notizie, raccolte qua e là e molto frammentarie, legate prevalentemente al suo trattato sui cavalli. Diversamente, non interessandosi di politica e non avendo incarichi militari, di lui ci sarebbe arrivato solo un nome e sarebbe stato anche possibile perdere le sue tracce, considerato che molti documenti dell'epoca sono andati persi o distrutti.
Per capire le imprecisioni e i dubbi generati dalla carenza di documenti, basti pensare all'incertezza sul luogo di nascita. Sono ben tre le città calabresi che potrebbero vantarlo tra i propri figli: Gerace, Tropea e Monteleone (Vibo Valentia). Sulla data di nascita ci siamo quasi, anche se resta molto indefinita, tra il 1210 e il 1213. Intanto c'è da dire che restano dubbi anche sulla paternità, per alcuni sarebbe figlio di Pietro, conte di Catanzaro (ma di tale titolo si ha contezza solo dopo il 1250), per altri del fratello di questi, Giovanni. Secondo altri studiosi, Giordano non sarebbe stato un nobile, ma un plebeo, e questo spiegherebbe la sua nascita presso un monastero, come vedremo.
Può Giordano essere nato a Tropea? L'ipotesi è verosimile, ma è suffragata soltanto da ipotesi. Gli studiosi che propendono per la sua nascita nella cittadina dell'Isola in particolare, lo fanno sulla ricostruzione genealogica, non sempre precisa, della famiglia Ruffo ed in particolare di quel Pietro da cui discenderebbe il nostro Giordano.
Può essere nato a Monteleone? Possibile. A sostegno di questa tesi, viene in soccorso un manoscritto conservato nella Biblioteca degli Intronati di Siena in cui si legge: “Jordano Rosso da Chau di Calabria chavaliere e famigliare de lo imperatore Federigo”. E dove sarebbe questo Chau? Chiara è l'allusione al monastero basiliano di Sant'Onofrio di Cao che sorgeva a due passi da Monteleone, nel luogo che dal XVI sec. diventerà l'attuale comune di Sant'Onofrio, chiamato "del Cao" in quanto nella zona è presente un pendio, simile a un burrone, chiamato anticamente dai greci Caos.
In ogni caso, come fece Giordano ad arrivare alla corte dello Stupor Mundi? Era all'incirca l'anno 1230 quando, al rientro dalla Crociata in Terra Santa, Federico II passò dall'abitato di Monteleone, allora ridotto a pochi quartieri, e decise di far riedificare la città, di dotarla di un castello e di una cinta muraria. Durante il soggiorno a Monteleone, Federico potrebbe avere incontrato e preso al suo servizio Giordano, constatate le sue conoscenze e abilità con i cavalli, maturate tra i servigi ai basiliani, nominandolo miles in mare stallam, in termini moderni maniscalco e veterinario ante litteram, forse non un incarico da nobile, ma certamente di prestigio. Nato a Tropea o a Monteleone, Giordano Ruffo fu certamente un figlio di questo lembo di terra che è oggi la costa degli Dei e non di alte zone della Calabria, dove non c'è nulla che possa suffragare in qualche modo la sua nascita. L'unica certezza l'abbiamo sui suoi natali calabresi cui allude l’aggettivo calabriensis, e sue numerose varianti, giustapposto al nome dell’autore negli incipit o negli explicit di molti manoscritti del trattato.
Nel 1230 circa, risulta che Giordano abbia sposato una tale Belladonna, possidente napoletana, di cui non si hanno altre notizie se non che sia vissuta fino al 1291, da cui non ebbe discendenza. Nel 1240 divenne castellano di Monte Cassino e designato Signore della Valle di Crati e Terra di Giordano. Subito dopo la morte dell'imperatore, mise mano alla sua opera, fino ad allora solo abbozzata, portandola a compimento nel 1256. Ma Giordano non ebbe il tempo per vedere il successo del suo trattato e goderne i frutti, morto Federico II si aprì una lotta per la successione, con in mezzo il Papa, e Giordano nel febbraio del 1256 fu arrestato e successivamente mutilato degli occhi, per essersi schierato contro Manfredi, figlio illegittimo di Federico. La mutilazione gli fu fatale e in pochi giorni lo raggiunse la morte.
Il suo trattato, come detto, godette di una rapida diffusione in tutto il mondo allora conosciuto, e fu tradotto anche in ebraico. Il tema per l'epoca era sicuramente tra i più avvincenti, armi, cavalieri e dame erano i temi della letteratura medievale. Fu sicuramente un lavoro dettato dall'esperienza maturata sul campo, ma senza dubbio Giordano potè usufruire in qualche modo della passione che Federico II aveva per le scienze naturali. Non si fa fatica ad immaginare quanto Giordano abbia potuto servirsi per accrescere, confrontare e completare le proprie conoscenze scientifiche, dei messaggeri che l'Imperatore inviava in ogni parte del mondo. A tali messaggeri, al tempo in cui attendeva alla compilazione del “De arte venandi cum avibus”, il suo trattato di falconeria, l'Imperatore affidava quesiti indirizzati ai più celebri naturalisti, ottenendo notizie ed informazioni preziose.
Il “De medicina equorum” è suddiviso in sei parti. I primi quattro libri trattano l'allevamento, l'alimentazione, la riproduzione, l'igiene, la doma, l'addestramento, i morsi, la struttura fisica del cavallo; gli ultimi due sono dedicati a descrivere le malattie, distinte in naturali e accidentali. A queste ultime è dedicata la parte più consistente del trattato, suddivisa in ben 59 capitoli, in cui vengono analizzate le diverse patologie e le loro cure. I capitoli dedicati alla dome e all'addestramento sono, invece, piuttosto essenziali, ma sono utili per avere una idea delle pratiche equestri medievali, con indicazioni e prescrizioni che si ritroveranno in opere successive.
Il manoscritto di Giordano può essere considerato a ragione come uno dei primi trattati di veterinaria dell'Italia medievale, ma nel contempo può essere anche ritenuto come uno dei primi manuali di equitazione ludica, che richiedeva un addestramento raffinato del cavallo. Questo tipo di equitazione trovava la sua espressione nei tornei e nelle giostre in cui i cavalli avevano sempre un ruolo di primo piano.
Grazie alla straordinaria diffusione del suo trattato, Giordano Ruffo assurse ben presto a vera e propria autorità, come dimostrano fra l’altro dal suo inserimento nella undicesima novella del Novellino, raccolta di novelle della fine del 1200, al posto del favoloso medico indiano Ippocrate.
Il testo di Ruffo esercitò una notevole influenza sui capitoli dedicati alla cura del cavallo di Pietro de' Crescenzi e sui trattati di mascalcia scritti un secolo dopo da Lorenzo Rusio e dal fiorentino Dino Dini, sino alla “Anatomia del cavallo infermità e suoi rimedi” di Carlo Ruini (XVI sec.), precursore rinascimentale della medicina veterinaria.
