Neonata rapita in Calabria: si chiude con una condanna la vicenda che ha scosso l'opinione pubblica
5 anni e 4 mesi di reclusione: termina il primo capitolo giudiziario. Il Gup riconosce la piena capacità di intendere e volere: «Piano lucido e consapevole»
Si chiude con una condanna a 5 anni e 4 mesi di reclusione il primo capitolo giudiziario a carico di Rosa Vespa, la 51 di Castrolibero accusata del sequestro della piccola Sofia, una vicenda che ha scosso profondamente l'opinione pubblica cosentina per la sua dinamica surreale e drammatica. La sentenza è stata pronunciata oggi dal Gup Letizia Benigno al termine del processo celebrato con il rito abbreviato.
La donna, attualmente ai domiciliari, era finita al centro dell'inchiesta per aver messo in atto una complessa messa in scena: per mesi avrebbe simulato una gravidanza davanti a parenti e amici, arrivando poi a rapire una neonata per far credere al marito e ai familiari di aver partorito.
Il pubblico ministero, Antonio Bruno Tridico, aveva sollecitato una pena più severa, chiedendo 8 anni di reclusione. Durante la requisitoria, l'accusa ha puntato tutto sulla "lucidità" del disegno criminoso. Secondo la Procura, infatti, non vi sarebbe stata alcuna patologia mentale a offuscare il giudizio dell'imputata: Rosa Vespa avrebbe agito con una pianificazione meticolosa, dalla simulazione del feto fino al momento del prelievo della piccola Sofia.
Le perizie tecniche depositate in tribunale hanno confermato questa linea, definendo il rapimento come un «atto consapevole e programmato». In aula, durante la lettura del dispositivo, erano presenti i genitori della piccola, Valeria Chiappetta e Federico Cavoto, assistiti dall’avvocato di parte civile Chiara Penna. Grande assente, invece, l'imputata.
Oltre alla reclusione, il giudice ha disposto il risarcimento dei danni in favore delle parti civili. Durante il dibattimento, la difesa aveva tentato la carta della giustizia riparativa, chiedendo la sostituzione della misura cautelare con l'inserimento in un centro specializzato. Una richiesta che però ha trovato il muro dei genitori della piccola e dello stesso Gup, che l'ha rigettata confermando la gravità del reato commesso.
La sentenza mette un punto fermo sulla capacità della donna di stare in giudizio e di rispondere delle proprie azioni, escludendo quella "follia" che inizialmente era stata ipotizzata come movente del gesto.
