Oggi ricorre la Festa della Promessa che fino qualche anno fa veniva ricordata con una celebrazione religiosa nella Cappella della Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio Delle Anime. Ma questo è il terzo anno in virtù del decreto emesso specificatamente per questo evento dal presule che per questa giornata non viene più programmato nella Villa della Gioia alcun evento religioso.
Gruppi di pellegrini hanno comunque fatto sapere che saranno comunque presenti alle 18 a Paravati per pregare.

Ma cosa accadde quel giorno di oltre di quasi ottanta anni fa . Questo il racconto ripreso da libro di Vincenzo Varone “Sotto il cielo di Paravati”.

“Il 29 giugno 1940, festa di San Pietro e Paolo, mentre l’adolescente Natuzza stava ricevendo dal vescovo della diocesi di Mileto monsignor Paolo Albera(1924-1943) il sacramento della cresima avvertì all’improvviso un brivido profondo in tutto il corpo e qualcosa di gelido scorrerle dietro. Era accaduto un fatto straordinario. Sulla sua camicia si era disegnata una grande croce di sangue.

Ma fu nel mese di luglio dello stesso anno che accadde un episodio che fece molto rumore e che richiamò in loco la presenza degli inviati di numerosi giornali, tra questi – mi ricordava spesso “don” Saverino Colloca,simpatico e sempre allegro – quello del “Giornale d’Italia”, un organo di informazione particolarmente apprezzato dalla piccola borghesia locale il quale seguì con attenzione la vicenda che stiamo per raccontarvi. La Vergine Maria disse a Natuzza che il 26 avrebbe fatto “la morte apparente”. La giovane donna in quel momento non comprese il significato dalla parola “apparente” e disse a chi le stava vicino e, in particolare, alla signora Alba Colloca, che sarebbe morta e che, finalmente, avrebbe raggiunto il suo Gesù. Da qui la divulgazione della notizia e l’arrivo all’ora prefissata di tantissima gente, tra cui Antonino Varone(mio padre) e mastro Ferdinando Crupi (amico d’infanzia e anche di vecchiaia del mio genitore) che mi parlarono spesso del trambusto che aveva creato quell’annuncio e della moltitudine di gente, formata da pellegrini e da curiosi che era giunta a Mileto e che di solito si vedeva solo in Cattedrale in occasione dei grandi eventi religiosi, come l’insediamento di un nuovo vescovo o l’ordinazione di un novello sacerdote. Mi raccontarono anche di una nobildonna incipriata di fresco giunta da un paese vicino con la “carrozzina” che pretendeva di sistemarsi in prima fila e che loro,notando quella petulante insistenza fuori luogo,la invitarono a sedersi “comodamente”, ma dietro le persone anziane, come era giusto che fosse al di là del casato.

Confiderà poi testualmente Natuzza Evolo alle persone a lei più vicine e ai suoi padri spirituali: “Chi piangeva di qua, chi piangeva di là. Io non piangevo, ero contenta. Fu così che mi addormentai in un sonno profondo. Era di sera, era tra lume e lustro, ma per me non era tra lume e lustro,perché mi trovai in un posto bellissimo, che era come una cupola, ma largo, largo, largo e rotondo come una piazza”.
“Quel sonno - come riportano i biografi della mistica, durerà sette interminabili ore”. Fortunata Evolo in quello spazio di tempo, che le persone del posto più anziane ancora ricordano come se fosse oggi, era attorniata da numerosi medici che stavano lì ad aspettare la sua morte. Fuori, richiamati dal clamore della vicenda, seguivano le varie fasi, tenuti a distanza, come appena accennato gli inviati di alcuni importanti quotidiani nazionali.

Racconterà poi al suo risveglio Natuzza che durante quel viaggio si era trovata in Paradiso al cospetto di Gesù che le chiese di “portare a lui le anime, di amare e compatire, di amare e soffrire”.
Disse anche che “ c’era una luce meravigliosa che faceva mille colori, bellissima” e che “ Gesù predicava e tutti gli altri rispondevano meno di me, che non sapevo cosa rispondere, ma pregavano tutti”. Riferì altresì che “c’era tanta gente , quattro, cinque file di centinaia di persone, piccoli e grandi sollevati da terra e a cerchio” e che erano presenti “tante anime di defunti con il viso per terra e in ginocchio che pregavano e altri in una grande luce”.

La mistica di Paravati ha sempre ricordato questo momento così particolare di quel 26 luglio come il giorno della promessa, “il più bello della mia vita”. Un’esperienza che segnerà per sempre la sua esistenza e l’offerta della sua esistenza al sevizio degli altri e, in particolare, degli ultimi e dei sofferenti. Una pagina, che è ormai storia, tra le più belle e straordinarie della vita e della missione di Natuzza.

Fortunata Evolo per questi suoi fenomeni venne anche ricoverata in manicomio. Fu in tal senso fondamentale la “verità” assoluta di Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore che classificò tali manifestazioni come “fenomeni di isterismo”, prospettando come unica soluzione,per approfondire adeguatamente il caso, il ricovero in una casa di cura. Durante quei tempi, in cui regnava la superbia dell’intelletto e della scienza, si agiva così. Il manicomio era una strada che veniva perseguita con fin troppa facilità. L’inspiegabile veniva liquidato con la pazzia. Per le menti illuminate di quel periodo,dove i diritti del popolo non esistevano, era questa la soluzione più comoda per tirarsi fuori dagli impicci. Furono tante, infatti, le persone,soprattutto tra i più poveri, che venivano, quando nelle loro vite subentrava qualcosa di ignoto, seppelliti nei manicomi e dimenticati da tutti persino dai loro stessi parenti più stretti. Un’ingiuria all’uomo sofferente e solo, di cui si è scritto e denunciato fin troppo poco.
Natuzza verrà, quindi, trasportata a Reggio Calabria dove rimase in osservazione del professore Annibale Puca per circa due mesi. Ma lei che a differenza dei dotti scienziati aveva la purezza nel cuore non si lamentò mai e affidò le sue sofferenze al Signore e alla Madonna”.