Renzi a Mormanno, ma i veri eroi sono gli operai. Armani ricorda gli operai morti sul cantiere
Il presidente dell’Anas Gianni Armani ricorda i due operai morti sui cantieri dell’A3 lo scorso anno, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro
I caschetti arancioni li distribuiscono all’entrata e tra la folla, quei gadget freschi di giornata, si distinguono bene da quelli consunti dal lavoro nel cantiere. Ci sono le signore che li portano con nonchalance su tacchi e capelli con la messa in piega dell’occasione e poi c’è l’operaio coi baffoni e l’accento del Nord che mostra orgoglioso la scritta sotto la visiera: il suo nome, quello del cantiere e la data. «Te l’avevo detto che ci saremmo visti qui per la cerimonia», gli dice un altro. E poi: «Siamo qui, siamo ancora vivi». Una di quelle espressioni che spesso si pronunciano sul corso cittadino, tra un caffè al bar e un’occhiata alle locandine dei giornali, in risposta al “come stai?” di un conoscente incontrato per caso. “Siamo vivi”, in quelle occasioni, suona leggero come un “oggi è una bella giornata di sole”. Ma qui, in questa fredda galleria dell’A3 ancora senza asfalto, ha tutt’altro suono.
Ancora vivi. Perché mica è così scontato quando lavori su un cantiere autostradale, pilotando mezzi e maneggiando arnesi, ad altezze che passando velocemente in auto si riescono appena a percepire. E perché c’è chi “ancora vivo” non lo è. Li ha ricordati il presidente dell’Anas Gianni Armani quei due operai morti sui cantieri dell’A3 lo scorso anno, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Braccia straniere prestate all’opera che il premier Renzi ha definito «il simbolo di questo 2016». Adrian Miholca era romeno, aveva 25 anni: il 2 marzo scorso è precipitato dal viadotto Italia assieme alla ruspa sulla quale lavorava. Said Haireche di anni invece ne aveva 44 ed era marocchino: è morto il 28 agosto, schiacciato da una trave metallica che stava montando proprio da queste parti, a poca distanza dal campo base dell’Italsarc.
C’era chi li conosceva, chi aveva lavorato con loro e chi a loro avrà pensato stamattina, mentre sul palco volavano via con tanto di botto i tappi dalle bottiglie. Dall’altra parte della galleria, dita indurite dal lavoro toccavano gli schermi dei telefonini per immortalare il momento. Un traguardo per tutti, quello tagliato stamattina. Per la Calabria e per l’Italia. Ma la fatica no, quella è di pochi. Sorridono gli operai e quella sfilata di personalità in giacca e cravatta fa anche piacere. Ma quando, poco prima dell’arrivo di Renzi, sul tappeto blu compaiono due scatoloni pieni di bottiglie di “prosecco Doc” che si allontanano in fretta verso il fondo, qualcuno, al di qua delle transenne, ci pensa. E qualcuno ci pensa anche ad alta voce: «Noi lavoriamo e loro festeggiano…». (mav)
