Violenza in Calabria: condannato in primo grado a otto anni di reclusione
Una storia di abusi e coraggio ha trovato il suo primo epilogo giudiziario nella Locride: il padre adottivo di una giovane originaria della Bielorussia è stato condannato in primo grado a otto anni di reclusione per il reato di violenza sessuale aggravata. L'uomo è stato riconosciuto colpevole di aver violentato la figlia per anni, a partire dall'età di dodici anni, anche mentre la madre, ignara e malata, dormiva nella stanza accanto.
La sentenza è un segnale forte, poiché si basa su una ricostruzione accurata e meticolosa dei fatti, pur in assenza di referti medici diretti. La prova schiacciante è emersa da una serie di deposizioni di soggetti che, a vario titolo, sono venuti a conoscenza degli abusi subiti dalla giovane. La quale, esasperata dalle condizioni di vita e dal controllo asfissiante, trovò la forza di confidarsi per la prima volta con una cugina. Fu questo il primo anello di una catena di solidarietà che portò a organizzare una fuga verso il Nord Italia. Dopo un periodo in un centro antiviolenza, dove non aveva mai specificato la natura esatta dei maltrattamenti, si ritrovò a dover affrontare un decreto di espulsione: i genitori adottivi, infatti, non le avevano mai comunicato la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana, un modo per "tenerla burocraticamente legata a loro," secondo la testimonianza del suo primo avvocato.Tornata a malincuore in Bielorussia, rimasta incinta e abbandonata dal fidanzato, la ragazza decise di fare l'errore di ricontattare la famiglia adottiva per la disperazione. Sebbene inizialmente premurosa, la coppia adottiva mostrò presto il suo vero volto: il padre ricominciò a riservarle le stesse attenzioni malsane del passato. Appena ottenuto un piccolo sussidio per la figlia, fuggì di nuovo, cercando una sistemazione sicura.
Il punto di svolta è arrivato grazie alla dottoressa Caterina Dimasi, medico chirurgo, che aveva supportato la vittima e ne aveva notato la ritrosia a rivolgersi ai genitori, nonostante le gravi difficoltà economiche. È stata proprio la sensibilità e l'attenzione della dottoressa Dimasi a far scattare la denuncia.
