Ricorso della Procura generale di Catanzaro contro la sentenza di assoluzione del parlamentare accusato di voto di scambio

di GABRIELLA PASSARIELLO

Un capitolo giudiziario infinito quello legato al nome del parlamentare di Ncd Piero Aiello, coinvolto nell’inchiesta Perseo, l’operazione antimafia, risalente al 2013 coordinata dalla Dda di Catanzaro e diretta dalla Polizia contro il clan Giampà di Lamezia Terme. La Procura generale di Catanzaro ha presentato ricorso in Cassazione contro l’assoluzione del politico sentenziata dalla Corte di appello il 30 novembre 2016.

Le tappe.  Non è la prima volta che la Suprema corte è chiamata a pronunciarsi sulle sorti del parlamentare. La Procura della Repubblica nell’immediatezza dei fatti aveva chiesto il carcere per Aiello, accusato di voto di scambio e dopo il primo no del Tribunale della libertà, il pm Elio Romano fece ricorso in Cassazione che annullò con rinvio per una nuova decisione. La questione venne ancora una volta portata all’esame del Tdl che pronunciò un secondo no all’arresto del politico, dando ragione al suo avvocato Nunzio Raimondi che si era  battuto per dimostrare ai giudici del Riesame l’inesistenza dei rapporti tra il suo assistito e i Giampà.

Le accuse. Secondo la pubblica accusa però  il parlamentare all’epoca dei fatti nella coalizione del Pdl, avrebbe “inquinato” il voto delle Regionali  del 2010, la tornata elettorale che si concluse con la vittoria schiacciante del candidato del centrodestra Giuseppe Scopelliti ed in cui il senatore raccolse complessivamente oltre 10.400 preferenze risultando il sesto tra gli eletti del Pdl. In particolare Aiello, in concorso con l’avvocato Giovanni Scaramuzzino, avrebbe stretto contatti con il boss, ora collaboratore di giustizia, Giuseppe Giampà, ottenendo sostegno dalle cosche. Aiello in cambio avrebbe promesso l’affidamento di appalti per la fornitura di materiale vario. 

I verbali dei pentiti. Un impianto accusatorio che si è basato sulla lettura dei verbali del pentito Cappello, sulle dichiarazione rese dal collaboratore Giuseppe Giampà e su quelle rese dal collaboratore Giuseppe Giampà, da cui si evince che Aiello ha partecipato attivamente in prima persona per ottenere voti in cambio di utilità in vista delle consultazioni elettorali regionali. Accuse infondate tanto per il giudice di prime cure, che per i giudici di secondo grado che scagionarono Aiello con la formula “per non aver commesso il fatto”. Adesso la parola passa ai giudici di piazza Cavour, che dovranno decidere se rimandare gli atti a Catanzaro per un nuovo processo di appello o chiudere definitivamente il caso, confermando il verdetto sentenziato in appello.