Usura: Corte di Cassazione conferma la condanna per Salvatore Mancuso
Il figlio dello scomparso patriarca dell'omonimo clan di Limbadi è stato ritenuto colpevole unitamente ad altro soggetto originario del Vibonese
La seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione a testa nei confronti di Salvatore Mancuso, 49 anni, di Limbadi, ma residente da un paio di anni a Giussano, e di Enrico Barone, 47 anni, nativo di Vibo Valentia ma da anni residente a Legnano. In primo grado erano stati condannati dal Tribunale di Monza, mentre in secondo grado vi era stata la sentenza della Corte d'Appello di Milano. Tale ultimo verdetto è stato confermato dalla Cassazione che ha respinto i ricorsi dei due imputati, accusati di aver elargito a due imprenditori lombardi somme non inferiori a 250mila euro, pattuendo interessi usurari pari al 20% mensile (240% annuo).
Salvatore Mancuso sarebbe stato il promotore e finanziatore dei capitali da impiegare nell'attività di usura, coordinando le operazioni di recupero del denaro mentre Enrico Barone, quale subordinato di Mancuso, avrebbe reperito le vittime da sottoporre ad usura consegnando ed incassando il denaro.

Il profilo. Salvatore Mancuso (in foto a sinistra) è figlio di Ciccio Mancuso, ritenuto il capo storico della “famiglia”, deceduto il 17 agosto 1997 per un male incurabile. Si tratta dello stesso Francesco, “Ciccio”, Mancuso, che nel 1983 si candidò alla carica di consigliere comunale nel Comune di Limbadi risultando il secondo degli eletti pur essendo all’epoca latitante. L’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, appresa la notizia, sciolse d’autorità quel Consiglio comunale subito dopo le elezioni impedendone l’insediamento. Si trattò del primo scioglimento per mafia in Italia di un Consiglio comunale, pur non esistendo all’epoca una legge sullo scioglimento per infiltrazioni mafiose degli enti locali.
Salvatore Mancuso, non è nuovo alle cronache giudiziarie. E’ stato infatti già condannato dal Tribunale di Monza per usura, reati legati agli stupefacenti e detenzione illegale di un consistente arsenale di armi da guerra rinvenuto in un box di Seregno. Il Tribunale di Monza aveva poi trasmesso gli atti alla Procura di Milano per procedere contro Mancuso in ordine al reato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa, mentre la Dda di Catanzaro l’aveva tratto in arresto per due episodi di estorsione aggravata dalle modalità mafiose nell’ambito dell’operazione “Time to Time” scattata nel 2010. (g.b.)
