Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro, Lidia Teresa Gennaro, ha emesso il dispositivo di sentenza relativo al processo scaturito dall’inchiesta “Athena 2”, focalizzata sulla rete di fiancheggiatori che protesse la latitanza di Leonardo “Nino” Abbruzzese, alias “Castellino”.

La logistica della fuga: dai messaggi ai video-rilievi

L’indagine, coordinata dalla DDA di Catanzaro, ha svelato come il boss, sfuggito al maxi-blitz “Athena” del giugno 2023, fosse riuscito a gestire la propria latitanza grazie a una collaudata struttura familiare e amicale. Secondo quanto ricostruito, i congiunti Francesco, Cosimo e Antonio Abbruzzese avrebbero agito in sinergia per coordinare gli spostamenti del latitante e garantire i contatti con la moglie e le figlie.

Cruciale per l'inchiesta è stato il ruolo del gruppo pugliese: Francesco e Nicola Lovreglio, insieme a Elisabetta Sciacovelli ed Eugenio Traversa, avrebbero agevolato il trasferimento di Abbruzzese nel Barese, ospitandolo in una villa di famiglia. Proprio i sistemi di videosorveglianza di quell'abitazione, sequestrati al momento dell’arresto, hanno fornito le prove definitive, immortalando l’arrivo del boss e i suoi movimenti prima della cattura.

Le decisioni del Gup: condanne fino a 15 anni

Il processo celebrato con rito abbreviato ha portato a condanne significative per gli imputati. Di seguito il dettaglio delle pene inflitte:

  • Cosimo Abbruzzese: 15 anni e 2 mesi di reclusione
  • Francesco Abbruzzese: 14 anni e 6 mesi
  • Leonardo Abbruzzese: 13 anni e 6 mesi
  • Antonio Abbruzzese: 5 anni e 6 mesi (più 1.200€ di multa)
  • Giuseppe Cofone: 5 anni e 6 mesi
  • Nicola Abbruzzese: 5 anni e 1 mese (più 1.000€ di multa)
  • Angelica Forciniti: 2 anni e 8 mesi
  • Francesco Lovreglio: 2 anni e 5 mesi
  • Nicola Lovreglio: 2 anni e 5 mesi
  • Elisabetta Sciacovelli: 2 anni e 2 mesi
  • Eugenio Traversa: 2 anni e 2 mesi

La sentenza conferma l'impianto accusatorio riguardante la pericolosità dell'associazione di tipo 'ndranghetista riconducibile alla famiglia Abbruzzese di Lauropoli e la capillarità della rete che per mesi ne ha garantito l'operatività nonostante la clandestinità del suo esponente di rilievo.