La ricostruzione dei magistrati della Dda e dei vertici della Dia sull'operazione che ha portato alla confisca del patrimonio di un imprenditore ritenuto vicino al clan Giampà

Sono stati gli inquirenti - i magistrati della Dda di Catanzaro ed i poliziotti della Dia - a fornire maggiori dettagli nel corso di una conferenza stampa sulla confisca eseguita oggi ai danni del patrimonio di Francesco Cianflone, ritenuto vicino al clan Giampà di Lamezia.

La ricostruzione. “La Dia di Catanzaro – è stato il commento del procuratore vicario, Giovanni Bombardieri - prendendo le mosse da un’attività giudiziaria, la cosiddetta operazione “Piana”, che ha ricostruito le possidenze su cui poteva contare Francesco Cianflone, attualmente imputato e sotto processo per partecipazione ad un’associazione di tipo ‘ndranghetistico. La vicenda di Francesco Cianflone è stata ricostruita attraverso una serie di dichiarazioni di collaboratori di giustizia che riferiscono della nascita dell’imputato quale imprenditore di riferimento della cosca Giampà, in un momento preciso dell’organizzazione che va dal 2006 al 2008”.

La scalata. “Cianflone, vittima di estorsione e punto di pressione intimidatoria da parte dei Torcasio si rivolge a Vincenzo Bonaddio collocandosi sotto l’ala protettiva dei Giampà. Da quel momento - spiega il procuratore - la cosca Giampà sposta la sua attenzione, per volontà di  Vincenzo Bonaddio, su Francesco Cianflone che inizia ad ottenere i lavori tanto che Piacente – presunto precedente imprenditore di riferimento del clan - deve quasi chiudere perché il suo portafoglio clienti inizia sensibilmente a diminuire".

conf stampa

Punto di congiunzione. “L’imprenditore comincia ad ottenere una serie di appalti grazie alla tutela della cosca e ben presto assume un ruolo di primo piano tra gli altri imprenditori procedendo a ritirare il pizzo dalle imprese da versare alla cosca stessa”.

Declino. “Per dissidi interni alla cosca tra il 2011 e il 2012, l’importanza viene a diminuire per volontà dello stesso Giuseppe Giampà che intende riproporre quale imprenditore di riferimento Piacente. E qui emerge come gli interessi nei confronti degli imprenditori si spostano in ragione delle dinamiche interne alle organizzazioni criminali”.

Impatto patrimoniale. “Bisogna colpire le attività criminali sul patrimonio – ha scandito il procuratore Bombardieri - perché è l’unico profilo di sensibilità e vero punto debole delle cosche. Arrestare la gente significa consentire ad altri di prendere il loro posto, ma sottrarre loro i patrimoni illecitamente accumulati significa invece rendere vana tutta l’attività criminale per riaffermare la libera iniziativa economica che consente agli imprenditori onesti di lavorare”.

DIA antimafia

Ritrattazioni. “A Lamezia Terme nonostante le numerose condanne ottenute, grazie ai collaboratori che ci hanno consentito di ricostruire dall’interno le dinamiche criminali, tuttora abbiamo assistito in fase dibattimentale ad una serie di imprenditori che hanno modificato le dichiarazioni precedentemente rese non affrancandosi dal timore e da quel clima di intimidazione che ha reso possibile alle organizzazioni criminali di proliferare in quel territorio”.

Ruolo attivo. Un focus sul ruolo degli imprenditori sul territorio lametino è stato quindi fornito da Antonio Turi che dirige la Dia di Catanzaro. “Gli imprenditori di riferimento – ha spiegato - in realtà non rivestivano solo un ruolo passivo, ossia beneficiari dell’imposizione della cosca nella gestione del monopolio sul territorio, ma avevano un ruolo attivo. Le altre ditte sul territorio cercavano gli imprenditori di riferimento per trattare con la cosca e sistemare le vicende relative alle estorsioni e individuare chi doveva lavorare sul territorio di Lamezia. In questo modo non si assiste alla classica intimidazione ma la consapevolezza di un legame di un imprenditore con la cosca fa sì che le altre imprese vadano a cercare l’imprenditore per poi ottenere protezione dalla cosca”.

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