Il pubblico ministero aveva invocato davanti al gup distrettuale di Catanzaro il carcere a vita per cinque imputati. Assolta Iacopetta, la vedova del boss Fortunato Patania

di GABRIELLA PASSARIELLO

Con tre condanne all’ergastolo, una condanna a 20 anni e due assoluzioni si è concluso il processo con rito abbreviato sul tentato agguato e successivo omicidio del 33enne Giuseppe Matina, detto "Gringia", imprenditore agricolo, ucciso nell’ambito della faida tra i Patania e i Piscopisani. Fine pena mai per Saverio, Giuseppe e Salvatore Patania, ( il pubblico ministero Camillo Falvo aveva chiesto l’ergastolo), vent’anni di reclusione per Nicola Figliuzzi ( il pm aveva invocato 30 anni). Assolti invece Giuseppina Iacopetta, vedova del boss Fortunato Patania, ammazzato il 18 settembre del 2011 e Nazareno Patania( per entrambi il pm aveva chiesto il carcere a vita).

Il tentato omicidio. Giuseppe Matina è stato raggiunto da una pioggia di proiettili. La prima volta, il 27 dicembre 2011 mentre si trovava a bordo della sua utilitaria lunga la strada provinciale che collega Stefanaconi ai centri dell’Alto Mesima. A sparargli sarebbero stati, secondo le ricostruzioni, Loredana Patania, moglie di Matina poi divenuta collaboratrice di giustizia, Cosimo Caglioti e Francesco Lopreiato, per i quali si procede ad un giudizio separato. Alessandro Bartolotta, invece, avrebbe provveduto ad avvisare gli altri facendo da “palo”.  

La condanna a morte. L’appuntamento con la morte per Matina era stato, tuttavia, solo rinviato. Il giovane fu ucciso due mesi più tardi, con cinque colpi di pistola, di cui quattro all'addome e al torace, uno al volto. Nel tardo pomeriggio del 20 febbraio 2012 venne finito nel giardino di casa, mentre era intento a concludere la sua giornata di lavoro nei terreni. Un’area isolata, nella zona rurale di Stefanaconi, non lontano dalla valle del Mesima. I killer colpirono senza pietà, incuranti della presenza di altre persone, tra cui moglie e prole della vittima. La sua disperata richiesta di perdono non servì a nulla. Secondo l’accusa, Arben Ibrahimi, il killer venuto dall’est ed assoldato dal clan e Cristian Loielo lo uccisero senza pietà. Nell’azione di fuoco un ruolo fondamentale ebbero, secondo l’accusa, Nicola Figliuzzi che avrebbe avuto il compito di fornire ai killer il furgone usato per l’azione di fuoco e Damiano Caglioti che avrebbe fornito le armi. 

Il collegio difensivo. Nel processo sull’omicidio di Giuseppe Matina compaiono, tra gli altri, i nomi dei legali  Giuseppe Di Renzo, Costantino Casuscelli, Gregorio Viscomi, Salvatore Staiano e Sergio Rotundo