Tentate rapine a Vibo: Tdl rispristina i "domiciliari", 38enne lascia il carcere
Accolto l'appello dell'avvocato Salvatore Sorbilli avverso il provvedimento con il quale il 2 marzo scorso il Tribunale collegiale di Vibo Valentia aveva disposto il carcere per Antonio Profeta, 38 anni, di Vibo Valentia, che si trovava agli arresti domiciliari poichè arrestato il 29 luglio scorso dalla Squadra Mobile in quanto ritenuto responsabile del reato di rapina aggravata.

Per tale reato, il 7 gennaio scorso Profeta è stato condannato dal Tribunale di Vibo alla pena di 4 anni ed 8 mesi di reclusione. Il 38enne era passato dai "domiciliari" al carcere in quanto il Tribunale aveva vagliato alcune risultanze investigative dei carabinieri che avevano indotto i giudici a ritenere tale misura come la più idonea al caso di specie, pur non essendoci alcuna specifica accusa in relazione alla tentata rapina al Brico di Vibo e ad un tabacchino sulla Statale 18. Secondo i rilievi dei militari dell'Arma, Antonio Profeta era stato identificato come colui che era stato visto aggirarsi "con atteggiamento sospetto nelle vicinanze degli esercizi commerciali La dea bendata e Brico ok siti sulla via Nazionale di Vibo Valentia". Contro tale ordinanza, il ricorso al Tribunale del Riesame di Catanzaro (Giuseppe Valea presidente, giudici Teresa Guerrieri e Fabio Rabagliati) che ha accolto l'appello di Profeta e ripristinato la misura cautelare degli arresti domiciliari.

La decisione del Tdl. Per i giudici, gli indizi a carico di Antonio Profeta, in ordine alla ritenuta responsabilità per le violazioni dagli arresti domiciliari, pur "sussistenti, non risultano connotati dal requisito della gravità per come richiesto nel giudizio di colpevolezza che fonda l'applicazione delle misure cautelari personali". Per il Tribunale del Riesame, il ritrovamento a casa di Profeta degli "abiti indossati dall'uomo immortalato dalle telecamere del sistema di videosorveglianza, non può ritenersi da solo sufficiente a fondare un giudizio di gravità indiziaria in ordine alle condotte contestate". Per i giudici manca poi l'esatta individuazione della paternità degli abiti rinvenuti, "nel senso che dal verbale di perquisizione non risulta in modo chiaro se Profeta abitasse da solo in casa ovvero in compagnia di parenti o anche con il coniuge, non potendosi escludere in astratto che gli abiti ritrovati, ammesso che fossero - scrive il Tdl - i medesimi di quelli indossati dall'individuo sospetto, non appartenessero a Profeta, ma si trovassero semplicemente nella sua abitazione". Per tali motivi, i giudici - in accoglimento del ricorso dell'avvocato Salvatore Sorbilli - hanno ripristinato la misura degli arresti domiciliari per Profeta che ha così lasciato il carcere. (g.b.)
