Vibo Marina si ribella al sindaco Romeo: «Promesse elettorali in fumo»
Lo sfogo virale di un cittadino diventato un manifesto del disincanto di una comunità
Non è solo l'odore degli idrocarburi a pesare sul respiro di Vibo Marina. C’è un malessere più sottile, che corre tra le banchine immobili e le strade che si sgretolano, e che nelle ultime ore ha trovato voce in uno sfogo durissimo pubblicato sul gruppo Facebook "Sei del Pennello di Vibo Marina se...". Un post che è diventato un manifesto del disincanto di una comunità che si sente «un uccello fatto di orologi fermi».
«Vibo Marina è il respiro di una nuvola che sa di pane bruciato: l'odore delle promesse elettorali andate in fumo», si legge nel post che sta facendo il giro del web. Il testo mette a nudo il contrasto stridente tra i «grandi progetti infrastrutturali» declamati dalla politica e la realtà quotidiana fatta di stagioni che non portano sviluppo, ma restano «sedute ai tavolini dei bar a giocare a carte con le proprie ombre». Il futuro? Viene descritto come una marcia impossibile, un viaggio in «bicicletta senza ruote».
Il dito è puntato contro le criticità storiche della frazione costiera: dalla precarietà del lavoro, che non riesce mai a superare la soglia della stagionalità, al porto, definito un «gigante immobile» ostaggio della burocrazia.
Ma è il tema del dissesto idrogeologico a toccare le corde più profonde della rabbia cittadina. «La pioggia a Vibo Marina fa paura», recita il post, ricordando le immagini di via Emilia trasformata in un torrente di fango, con le auto sommerse e i commercianti costretti a svuotare gli scantinati. Una «fisica del degrado» che non chiede scusa e che trasforma ogni goccia d'acqua in una minaccia per le speranze di chi vive e lavora sul territorio.
Lo sfogo si chiude con un'onomatopea amara: «Ploc», «ploc», «ploc». È il rumore del fondo che viene toccato ogni giorno, il suono del disinteresse di chi guarda dall'alto di Vibo Valentia città verso una periferia che si sente «panni al vento di uno scalo che non decolla».
Per i residenti del "Pennello" e di tutta la Marina, volare non è più un progresso, ma solo «l'arte di smettere di cadere per cinque secondi tra un cantiere infinito e una banchina deserta». Un monito potente che, dalle pagine di un gruppo social, interroga direttamente chi è chiamato a gestire il destino di questa terra.
