Inchiesta contro il clan Piromalli, chiesto il rinvio a giudizio per 30 persone
Si tratta dell'indagine sfociata nell'operazione "Provvidenza" sul potente clan di Gioia Tauro e il vorticoso giro di affari illeciti tra Milano, la Calabria e gli Stati Uniti
La Dda reggina ha chiesto il rinvio a giudizio dei 30 indagati finiti nell'inchiesta contro il clan Piromalli di Gioia Tauro. L'operazione è quella denominata "Provvidenza" coordinata dai sostituti procuratori della Dda Giulia Pantano e Roberto Di Palma ed eseguita dal Ros dei carabinieri di Reggio Calabria. La fissazione dell’udienza preliminare dovrebbe arrivare dopo il 2 di novembre.
L'inchiesta Principale indagato dell'inchiesta è Antonio Piromalli, 45enne figlio del boss Pino detto “facciazza”, da 20 anni obbligato al carcere duro, ma per l'antimafia sempre al timone del potente clan di Gioia Tauro. Il giovane Piromalli si era trasferito a Milano dopo avere scontato la condanna del processo "Cent'anni di storia", per volere del padre, al fine di abbassare l’attenzione delle forze di polizia. A Milano Piromalli istituisce la sua nuova base operativa. Gli affari di Antonio Piromalli non prevedevano confini: ortofrutta, edilizia, turismo, centro commerciali, in Italia e negli Usa, in Romania e in Francia. Nuovi business, sostengono dall’antimafia, usati anche per “ripulire” soldi sporchi.
Gli uomini di Piromalli Gioia Tauro resta la roccaforte della cosca. In Calabria, come si apprende dalle carte dell’inchiesta, Girolamo Mazzaferro e Pasquale Guerrisi, erano figure centrali, perché costituivano i punti di riferimento di Antonio Piromalli a Gioia Tauro, per conto del quale curavano gli affari illeciti della cosca. I collegamenti con Milano erano invece assicurati da Francesco Cordì e Francesco Sciacca, cognati di Antonio Piromalli, anche attraverso un sistema di comunicazioni basato sui pizzini, che Guerrisi aveva il compito di ricevere e consegnare ai destinatari.
