Un’offensiva giudiziaria imponente per smantellare quello che la Direzione Distrettuale Antimafia considera il "fortino" criminale della zona Nord di Catanzaro. Nel processo “Clean Money”, giunto al momento delle richieste di condanna per i dodici imputati che hanno scelto il rito abbreviato, il pm Veronica Calcagno ha delineato i contorni di un’associazione mafiosa pervasiva e spietata: il clan dei Gaglianesi.

Nato originariamente come braccio operativo delle potenti famiglie Arena di Isola Capo Rizzuto e Grande Aracri di Cutro, il gruppo si sarebbe evoluto in una consorteria autonoma capace di esercitare una pressione asfissiante sui quartieri Pistoia, Corvo, Aranceto, Germaneto e Lido.

Il magistrato della Dda ha invocato sette condanne pesantissime. Le richieste più elevate, pari a 20 anni di reclusione, sono state formulate per Francescopaolo Morabito, Emanuele Riccelli e Manuel Pinto. Seguono le richieste per Andrea Fava (12 anni), Roberto Corapi (10 anni), Sergio Rubino (6 anni) e Tommaso Rosa (1 anno e 2 mesi). Per altri quattro imputati è stata chiesta la prescrizione (previa esclusione dell’aggravante mafiosa), mentre per Silvano Mancuso è stata sollecitata l’assoluzione.

Secondo l'accusa, le figure di vertice come Lorenzo Iiritano e lo storico capo Pietro Procopio gestivano ogni aspetto della vita sociale ed economica della città. Il clan non si limitava al traffico di droga e alle estorsioni, ma entrava prepotentemente nella gestione delle attività economiche e persino nel condizionamento della politica locale, arrivando a pretendere pagamenti in cambio dell'autorizzazione all'affissione dei manifesti elettorali.

Dalle indagini emerge un quadro di controllo capillare: chi commetteva "trascuranze" veniva messo da parte, e chi tentava di operare truffe sul territorio doveva pagare la "tangente sulle frodi". Particolarmente inquietante la capacità di pressione che alcuni affiliati continuavano a esercitare anche dal carcere, inviando messaggi minatori ai carabinieri che avevano condotto le indagini.

Il clan avrebbe inoltre stabilito solidi legami con la comunità rom locale, con Cosimino Abbruzzese (alias "Tubo") nel ruolo di raccordo tra i Gaglianesi e il gruppo degli zingari. Un sistema di vasi comunicanti che garantiva il controllo totale della zona Sud e Nord della città.

Il processo riprenderà il prossimo 17 aprile per le discussioni dei difensori. Nel frattempo, per gli altri 42 imputati che hanno scelto il rito ordinario, il dibattimento si aprirà ufficialmente il 25 marzo.