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Ciminà, piccolo comune della Locride incastonato tra l’Aspromonte e la costa jonica, è stato per lungo tempo uno dei teatri più segnati dalla presenza della ’ndrangheta. È qui che affonda le proprie radici il clan Varacalli, una ‘ndrina inserita nel Mandamento Jonico, cresciuta in un contesto storico in cui la criminalità organizzata ha inciso profondamente sulle dinamiche sociali e sul tessuto del territorio.

La storia della cosca si intreccia in modo indissolubile con una delle faide più cruente della provincia di Reggio Calabria. Negli anni Sessanta, Ciminà viene travolta da un conflitto che segnerà un’intera generazione. L’episodio che fa esplodere la spirale di violenza è l’omicidio del capobastone Francesco “Ciccio” Barillaro, avvenuto nel 1966. Da quel momento, il paese diventa il centro di uno scontro feroce tra due schieramenti: da una parte i Barillaro-Romano-Zucco, dall’altra l’asse formato da Polifroni, Franco, Varacalli e Spagnolo.

La faida si protrae per oltre un decennio, lasciando dietro di sé decine di vittime e un clima di paura che si estende ben oltre i confini comunali. La violenza non resta circoscritta alla Calabria: il conflitto “emigra” al Nord, raggiungendo Torino, dove alcuni esponenti della famiglia Zucco vengono uccisi. Tra gli episodi più drammatici, l’attentato con autobomba che costa la vita a Rocco Zucco, simbolo di una guerra capace di colpire anche lontano dalle terre d’origine.

Negli anni successivi, il clan Varacalli riesce a consolidare la propria presenza anche nel Nord Italia, stabilendosi soprattutto nel Torinese. Qui l’attività criminale si orienta in particolare verso il traffico di stupefacenti, dando vita a una rete che collega la Locride al Piemonte.

Un passaggio chiave arriva nel 2004, quando Rocco Varacalli, affiliato originario di Natile di Careri e operativo a Torino, decide di collaborare con la giustizia dopo l’arresto. Le sue dichiarazioni offrono elementi rilevanti per comprendere struttura, rituali e dinamiche interne della cosca.

Una storia lunga decenni, fatta di faide, espansioni e silenzi, che racconta come la ’ndrangheta abbia saputo radicarsi e trasformarsi, attraversando territori e generazioni senza mai perdere il legame con le proprie origini.