Il caos normativo che ha investito il mondo degli autovelox continua a bloccare il mercato. Dopo le pronunce della Cassazione che hanno messo in dubbio la validità dei dispositivi privi di omologazione, le aziende del settore si trovano oggi nell’impossibilità di vendere, installare o certificare nuovi impianti. Un comparto tecnologico da centinaia di milioni di euro rischia di fermarsi per l’assenza di un decreto attuativo che il Codice della Strada prevede da anni ma che non è mai stato emanato.

“Senza regole chiare non possiamo lavorare”


A dare voce al malcontento è la Ci.ti.esse srl di Como, tra le principali imprese italiane nel settore dei sistemi di rilevazione della velocità. L’azienda ha inviato una diffida formale ai ministeri delle Infrastrutture e delle Imprese, chiedendo l’emanazione urgente del decreto previsto dall’articolo 192 del Codice della Strada.
Il mercato è fermo, i contratti sospesi e gli investimenti bloccati”, spiega l’avvocato Pasquale Didona, legale dell’azienda. “Finché non ci saranno regole chiare, nessuna azienda può garantire la conformità dei dispositivi né operare serenamente”.

Un intero comparto bloccato dall’incertezza


Le sentenze della Cassazione hanno stabilito che, senza un decreto tecnico che definisca i criteri di omologazione, le rilevazioni non possono essere considerate valide. Questa interpretazione ha di fatto paralizzato un settore che negli ultimi anni aveva investito in ricerca, sviluppo e digitalizzazione. Molte imprese hanno congelato gli ordini, ridotto la produzione e rinviato piani di espansione in attesa di un chiarimento ufficiale da parte del governo

Il nodo giuridico: approvazione non è omologazione


Secondo le aziende, il problema nasce anche da una interpretazione ambigua del ministero dei Trasporti, che avrebbe equiparato l’“approvazione” dei prototipi all’“omologazione” vera e propria. Ma la Cassazione ha già escluso questa possibilità: senza decreto, nessun dispositivo può essere considerato omologato.
“Serve un intervento politico, non interpretazioni divergenti”, affermano gli studi legali che assistono le imprese. “Ogni mese di ritardo aumenta i costi, indebolisce la competitività e mette a rischio posti di lavoro qualificati”.

Verso un’azione coordinata delle imprese


In assenza di risposte ufficiali, cresce l’ipotesi di una azione collettiva del settore. Le aziende chiedono l’apertura immediata di un tavolo tecnico con i ministeri competenti per definire i parametri di omologazione e ristabilire un quadro normativo stabile. “Non chiediamo agevolazioni — spiegano da Ci.ti.esse — ma solo la possibilità di lavorare nel rispetto delle regole. La tecnologia c’è, manca la volontà politica di farla funzionare”.