Sanità Vibo, se andare al pronto soccorso diventa un "incubo": il racconto di una 57enne
Farsi male a Vibo Valentia può vuol dire, allo stato attuale della sanità, vivere una sorta di “incubo”. Ne è testimone una donna vibonese di 57 anni che, racconta a Zoom24, lo scorso 2 gennaio è dovuta andare al pronto soccorso dell’ospedale “Jazzolino” per la rottura del femore. La donna, una signora dai modi molto gentili, la mattina del giorno dopo Capodanno era a casa “dove ho avuto una brutta caduta: purtroppo ho un problema genetico e le ossa molto fragili, quindi anche una caduta può provocarmi gravi problemi”. E così è stato: il dolore era talmente forte da non riuscire a muoversi. In ogni caso provano a chiamare un amico fisioterapista, a sentire il medico di famiglia, e tra una cosa e un’altra lei e il marito decideranno di andare in ospedale verso le 17 quando, in aggiunta, era salita anche la febbre.
Come inizia "l'incubo"
“Il problema - ci spiega la donna - è che ho una soglia del dolore molto alta”. E quindi entra in pronto soccorso ma non urla, non grida: resta educatamente seduta, a fatica, su una sedia. Questo comporta che i sanitari non si rendono subito conto del problema e la fanno aspettare fino alle 22, quando finalmente viene portata in sala radiologica. Una volta effettuato l’esame la brutta notizia: aveva il femore rotto, e non solo. “Il medico mi ha intimato di non muovermi assolutamente, per nessuna ragione, e mi hanno messo su una barella bloccata con delle cinghie. Da quel momento inizia l’incubo vero”.
Tutta la notte su una barella in corridoio
Nonostante la grave situazione, infatti, viene lasciata su una barella attaccata a una parete del corridoio del pronto soccorso, anche perché l’ospedale di Vibo non ha un reparto di Ortopedia che possa trattare casi simili. “Nel corridoio mi hanno fatto l’elettrocardiogramma, assolutamente senza nessuna privacy. Ho avuto persone - altri pazienti, loro familiari (nonostante non avrebbero potuto stare dentro per ragioni Covid, come ha fatto diligentemente mio marito che è stato costretto ad aspettarmi fuori tutto il tempo), medici - che mi passavano accanto durante tutta la notte, con la luce accesa. Naturalmente non sono riuscita a chiudere occhio”.
"Penso non sia dignitoso andare lì e urlare, eppure..."
Come avevamo denunciato anche qualche mese fa (QUI), inoltre, ai pazienti lasciati in pronto soccorso non viene data neanche una bottiglietta d’acqua. “Verso le 2 mi sentivo disidratata - racconta la donna vibonese - e sono stata io a chiedere una flebo, altrimenti sarei collassata. Ho inoltre chiesto un cuscino e una coperta, ma è arrivata solo la coperta perché mi hanno detto che cuscini non ne avevano”. Da qui la constatazione: “Il mio era un codice rosso. Dopo ho dovuto mettere una protesi totale, era una cosa molto grave. Ma penso non sia dignitoso andare lì e urlare, eppure sembra che quello fosse il criterio per l’assegnazione della gravità, per far entrare o meno i familiari dei pazienti…”.
Le grida della dottoressa
La cosa che più l’ha lasciata con un sentimento di amarezza, ci racconta ancora, è però il fatto che la mattina successiva, dopo una visita, accompagnata da una Oss ritorna in pronto soccorso e capisce che la cosa migliore da fare - visto il contesto - era andare con un’ambulanza privata, chiamata a sue spese, in un ospedale dove avrebbero potuto ricoverarla. Nel momento in cui vede una dottoressa, appena arrivata per il cambio del turno, “ci avviciniamo (lei sulla barella spinta dalla Oss, ndr) per chiedere come fare per le dimissioni. Non ho fatto in tempo a finire la frase che la dottoressa si è messa letteralmente a urlare, cose come ‘Cosa vuole da me questa', 'cacciamela davanti’. È stato proprio brutto. Ma come si fa a trattare in questo modo un malato? Non voglio di fare tutta l’erba un fascio, c’è stato anche chi ha avuto un comportamento umano, ma come si fa a urlare contro una paziente legata a letto che si avvicina gentilmente per chiedere, semplicemente, di potersene andare?”. A quel punto la 57enne ha risposto a tono alla dottoressa, è stata riportata alla parete dove aveva passato la notte ed è intervenuto un altro medico che l’ha aiutata a firmare il foglio delle dimissioni e le ha chiesto scusa per quanto era successo.
La visita prenotata per il 2024
Una normale storia di sanità vibonese, come tante altre se ne possono raccontare, che ricorda ancora una volta quanto sia necessario intervenire e riorganizzare il pronto soccorso, che attualmente non sembra riuscire a lavorare al meglio al di là delle fisiologiche difficoltà di un reparto simile. La donna, alla fine del racconto presso la nostra redazione, evidenzia un’ultima cosa in tema di sanità: “Ho una grave disfunzione tiroidea, devo fare una visita ogni anno e mezzo. L’ultima l’ho fatta ad aprile 2021 quindi l’altra, al massimo, per fine 2022. Ho quindi chiamato per prenotare. Il risultato? La prima data disponibile è il 24 luglio 2024". Non 2022, non 2023, ma luglio 2024. La soluzione, come sanno bene i vibonesi, è purtroppo una sola: "Ovviamente per la mia salute non posso permettermi di aspettare così tanto. Mi farò quindi visitare dalla stessa dottoressa ma, per forza di cose, in una clinica privata”.
