In Calabria 3mila società in mano alla ’ndrangheta: Bankitalia lancia l'allarme
In Calabria il rischio di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico è sempre più alto. A farne le spese sono soprattutto le piccole e medie imprese, spesso in affanno per la mancanza di liquidità e per l’accesso sempre più complesso al credito bancario. Un terreno fertile per la ’ndrangheta, che negli ultimi anni ha affinato le proprie strategie, abbandonando in parte la violenza per dedicarsi con metodo e discrezione al controllo dei capitali, al riciclaggio e agli investimenti nei settori produttivi.
Secondo i dati elaborati dall’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, oltre 61 mila aziende italiane risultano infiltrate, e la Calabria guida la classifica delle aree più esposte. Reggio Calabria, Vibo Valentia, Crotone e Catanzaro occupano le prime quattro posizioni in rapporto al numero di imprese attive e alla debolezza del mercato creditizio. In regione sarebbero più di 3.000 le aziende finite, direttamente o indirettamente, sotto l’influenza delle cosche.
Le organizzazioni criminali approfittano delle difficoltà economiche delle imprese sane, offrendo finanziamenti immediati o acquisendo quote societarie tramite prestanome. Il passo successivo è il riciclaggio di denaro sporco attraverso false fatturazioni, compravendite fittizie e operazioni immobiliari. Un meccanismo che altera la concorrenza e penalizza le realtà imprenditoriali oneste, costrette a subire le conseguenze di un mercato drogato.
La ’ndrangheta calabrese, ormai strutturata come una holding finanziaria internazionale, reinveste i profitti illeciti in attività legali: dai servizi alle costruzioni, dal turismo all’immobiliare, fino a partecipazioni in progetti infrastrutturali e azioni in Borsa. Un’evoluzione silenziosa ma pervasiva, che rischia di soffocare la ripresa economica di una regione già fragile.
Gli esperti avvertono: senza un rafforzamento del sistema di credito locale e una maggiore tutela per le imprese in difficoltà, il controllo economico dei clan continuerà ad allargarsi. E con esso la distorsione di un mercato che, invece di premiare il merito, finisce per essere ostaggio del denaro criminale travestito da finanza “pulita”.
