Omicidio nel Vibonese, il dolore del fratello della vittima in aula: «Aveva perso il sorriso per la paura»
Drammatica testimonianza davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro. Ricostruiti i mesi di tensione prima del delitto. «Non faccio passi indietro, cerchiamo la verità»
Nell'aula bunker di Catanzaro, il silenzio si fa pesante quando Vincenzo Chindamo prende la parola. È il giorno della sua testimonianza, un momento spartiacque nel processo che cerca di fare luce sull’omicidio di Maria Chindamo, l’imprenditrice di Limbadi svanita nel nulla il 6 maggio 2016. Davanti alla Corte d’Assise, il fratello della vittima non solo ripercorre i fatti, ma restituisce l’immagine di una donna che, negli ultimi mesi di vita, era stata privata della sua serenità.
Al centro del procedimento c’è Salvatore Ascone, accusato di concorso in omicidio per aver manomesso le telecamere della sua proprietà, situate proprio davanti al luogo dell’aggressione, favorendo così l'azione dei killer. Ma Vincenzo guarda oltre l'unico imputato attuale: «Ci sono responsabilità appena sfiorate. Cerchiamo una verità globale che restituisca dignità a Maria».
Rispondendo alle domande della pm Anna Maria Frustaci, Vincenzo ha descritto il clima di isolamento e le pressioni subite dalla sorella dopo la decisione di separarsi dal marito, una scelta vissuta come un affronto in un contesto arcaico e oppressivo. «Maria aveva perso il suo sorriso», ha ricordato con amarezza, descrivendo una tensione che ancora oggi lo accompagna. Il racconto di quella mattina di dieci anni fa, tra macchie di sangue e un'auto lasciata accesa, è stato per lui un tuffo in un abisso emotivo: «È stato un passaggio impegnativo, ma ho sentito Maria accanto a me».
Vincenzo Chindamo non è solo in questa battaglia. In aula, tra il pubblico, c'erano studenti e associazioni, un cordone umano che da un decennio non smette di gridare «io ci sono». È questa vicinanza, unita a una "paziente rabbia", a dargli la forza di non mollare: «Ho ancora tanta forza da metterci dentro. Maria merita che la rosa delle persone coinvolte si ampli e che i tribunali dicano finalmente cosa le è successo».
