‘Ndrangheta, la Dda di Catanzaro chiede il processo per 62 indagati (NOMI)
Un nuovo capitolo giudiziario si apre nell’inchiesta “Artemis”, l’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro che ha svelato, secondo l’accusa, una rete di potere e narcotraffico legata alla presunta cosca Cracolici, attiva tra Cortale, Maida, Jacurso e Maierato. Il sostituto procuratore Romano Gallo ha chiesto il rinvio a giudizio per 62 persone, mentre per altre 19 è stato disposto lo stralcio delle posizioni.
L’indagine, coordinata dal procuratore capo Nicola Gratteri e portata avanti dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Catanzaro, ricostruisce un sistema di relazioni criminali fondato su traffici di droga, estorsioni, corruzione e falsa testimonianza, con l’obiettivo — secondo la DDA — di consolidare l’influenza della famiglia Cracolici sul territorio lametino.
Al vertice del sodalizio, stando all’impianto accusatorio, ci sarebbe Domenico “Mimmo” Cracolici, 54 anni, di Cortale, considerato il promotore e capo indiscusso dell’organizzazione. Accanto a lui, diversi familiari e soggetti ritenuti affiliati, incaricati di gestire la rete di spaccio di cocaina e di mantenere rapporti con altre consorterie criminali del Vibonese e della Piana di Gioia Tauro.
Tra le figure principali che rischiano il processo figurano l’avvocato Francesco Fulvio Attisani, 65 anni, di Girifalco, accusato di falsa testimonianza aggravata dall’agevolazione mafiosa. Secondo la DDA, Attisani — insieme a Cracolici — avrebbe tentato di “istruire” due testimoni, Maria Grazia Cracolici e Andrea Molea, perché rendessero dichiarazioni mendaci davanti al Tribunale di Lamezia Terme, nel corso di un procedimento penale collegato al clan.
Nel fascicolo compare anche il nome del luogotenente dei carabinieri Vincenzo Pulice, all’epoca comandante della Stazione di Maida, oggi in servizio a Catanzaro. L’ufficiale è accusato di favoreggiamento e abuso d’ufficio, poiché avrebbe utilizzato il proprio ruolo per agevolare uomini ritenuti vicini al gruppo Cracolici, interessandosi anche a possibili assunzioni di soggetti legati agli ambienti dello spaccio.
Indagato inoltre l’appuntato Antonio Scicchitano, in servizio presso la Forestale di Girifalco, accusato di aver violato i doveri d’ufficio per favorire alcuni indagati.
Le accuse mosse dalla DDA comprendono una lunga lista di reati: associazione mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, concorrenza sleale aggravata, corruzione, falsa testimonianza, incendio doloso, ricettazione e falso ideologico.
Tra gli altri nomi spiccano Giampiero Damiano Abbruzzese, Bruno Bertucci, Pasquale Cappello, Antonio Giampà “Mongoletto”, Rocco David “Ndi Ndi”, Filadelfo Fedele “Delfino”, Antonio Torcasio “Gnaffi”, Francesco Messina, Giuseppe e Francesco Berlingeri, Francesco Cimino, Luigi Cutrì e Giuseppe Schipani.
Le attività investigative hanno documentato — secondo gli inquirenti — incontri, cessioni di stupefacente, minacce e azioni intimidatorie nei confronti di commercianti e imprenditori locali. Le prove raccolte proverebbero anche l’esistenza di un sistema di coperture e complicità istituzionali, volto a garantire al clan protezione e impunità.
Le parti offese individuate dalla DDA includono diversi enti pubblici: Ministero della Salute, Ministero della Giustizia, Ministero della Difesa, Ministero dell’Interno – Arma dei Carabinieri, Regione Calabria, oltre ai Comuni di Cortale, Maida e Lamezia Terme, danneggiati — secondo l’accusa — dall’azione di un sodalizio capace di condizionare la vita economica e sociale del territorio.
L’udienza preliminare è stata fissata per il 25 ottobre davanti al gup del Tribunale di Catanzaro. Sarà quella l’occasione in cui il giudice dovrà decidere se accogliere la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Direzione Distrettuale Antimafia o se disporre eventuali proscioglimenti.
L’inchiesta “Artemis” rappresenta uno dei dossier più complessi aperti negli ultimi anni dalla DDA di Catanzaro, un’inchiesta che — se confermata nelle sue ipotesi — mostrerebbe ancora una volta la capacità della ‘ndrangheta lametina di riorganizzarsi, radicandosi non solo nel traffico di droga ma anche nei rapporti con professionisti e pubblici ufficiali.
