"Fa silenzio ca parrasti assai", la 'ndrangheta vibonese sotto la lente di Marisa Manzini (VIDEO)
Uscire dal guscio dell'omertà, e fare in modo che la forza evocativa della parola possa abbattere la legge del silenzio costruita ad hoc dalla 'ndrangheta per far soccombere un territorio. Una sala stracolma di gente ha accolto la prima fatica letteraria di Marisa Manzini, presentata nell'ambito del Festival Leggere&Scrivere. Nel libro "Fa silenzio ca parrasti assai", parole pronunciate nell'Aula del Tribunale di Vibo Valentia dal boss Pantaleone Mancuso, il magistrato ripercorre una serie di vicende legate alla vita di 'ndrangheta. Storie di uomini e soprattutto di donne che hanno deciso di abbattere o di adeguarsi al malcostume della criminalità organizzata. Il tutto con un obiettivo chiaro: "Far comprendere - ha detto Marisa Manzini - che la criminalità procura solo morte e disperazione, deturpando la bellezza del meridione". Una 'ndrangheta che troppo spesso ha trovato "le istituzioni silenziose o peggio conniventi", quando invece, l'unica strada da percorrere sarebbe stata quella di "puntare sul linguaggio della verità".
Le donne delle cosche. Dal testo emergono alcune figure femminili che per aspetti opposti si sono contraddistinte. A Tita Buccafusca Marisa Manzini riserva un posto speciale. "E' stata quella che più mi ha emozionato - ha detto -. Una donna che ricordavo bella ed avvenente ed ho ritrovato dimessa e pronta a chiederci di liberarla da quella famiglia". La famiglia dei Mancuso di Limbadi, la consorteria più sanguinaria del Vibonese. Dopo un primo approccio, però, Tita Buccafusca chiese di interrompere la sua deposizione. Temeva di essersi fatta prendere dall'impeto. Purtroppo, non ci fu per lei una seconda volta. Morì un mese più tardi dopo aver ingerito acido muriatico. Non si pentì mai, invece, Giuseppina Iacopetta, moglie di Fortunato Patania, il boss ammazzato durante la faida del Mesima, "che addirittura pregava la Madonna perchè aiutasse i figli a vendicarsi dell'assassinio del marito nutrendoli dei disvalori che avevano contraddistinto la sua vita".
Altre storie. Il testo rivive la storia anche di collaboratori di giustizia come Gerardo D'urzo, autore della strage dell'Epifania a Sant'Onofrio, "l'unico pentito vero che riuscì ad abbracciare la fede". E si sofferma sulla vicenda del testimone di giustizia Nello Ruello, "abbandonato dallo stato", piuttosto che sulla storia dei coniugi Grasso e Franzè. "Gli introiti - ha annunciato l'autrice - andranno tutti all'associazione dei feriti e delle vittime della criminalità e del dovere". (db)
https://www.youtube.com/watch?v=MFkL96Z84tw
