Il carcere di Pavia è al centro delle cronache per un provvedimento senza precedenti: la distribuzione di 720 profilattici ai detenuti. La direttrice Stefania Musso ha firmato un ordine di servizio che affida al personale sanitario interno l’acquisto e la consegna, motivando l’iniziativa come misura a carattere “terapeutico”. Ogni distribuzione dovrà essere annotata dai medici incaricati, sotto la supervisione del dirigente sanitario Davide Broglia.

L’uso del termine “motivi terapeutici” non è stato chiarito dalla direzione, ma in ambito penitenziario il preservativo è considerato uno strumento sanitario per la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili come HIV, epatiti o sifilide, particolarmente diffuse nella popolazione carceraria.

Il provvedimento porta alla luce una questione spesso rimossa: la sessualità dietro le sbarre. In Italia non esiste una regolamentazione esplicita sui rapporti tra detenuti, ma la realtà quotidiana costringe il sistema penitenziario a fare i conti con i rischi sanitari connessi. Da tempo associazioni come Antigone chiedono misure strutturate di prevenzione e il riconoscimento del diritto all’affettività in carcere.

La vicenda si inserisce in un contesto già segnato da gravi criticità. La Camera penale pavese e Antigone hanno denunciato sovraffollamento, carenza di spazi trattamentali, celle in pessime condizioni igieniche e persino la presenza di cimici da letto e docce non funzionanti.

Il provvedimento della direttrice Musso divide opinione pubblica e operatori. Se per alcuni rappresenta un atto di responsabilità sanitaria, utile a ridurre il rischio di contagi, per altri è una misura insufficiente e contraddittoria rispetto alle carenze strutturali. Il sindacato UILPA Polizia Penitenziaria parla di “affettività fai da te”, sottolineando la necessità di un intervento legislativo che disciplini la vita affettiva dei detenuti.