'Ndrangheta, stangata per i vertici del clan: otto condanne confermate in Appello (NOMI)
Il processo regge in secondo grado: pene pesanti. Due imputati escono dal processo con l’assoluzione piena
La seconda sezione penale della Corte d’Appello di Reggio Calabria ha messo un punto fermo nel processo nato dall’operazione "Handover-Pecunia Olet". L’inchiesta della Dda reggina, che nel 2021 aveva smantellato i vertici e le attività illecite della potente cosca Pesce di Rosarno, ha retto quasi integralmente al vaglio del secondo grado di giudizio.
La sentenza emessa dal collegio presieduto da Elisabetta Palumbo ha confermato le responsabilità penali per la maggior parte degli imputati coinvolti nei traffici di droga, estorsioni e detenzione di armi. Di seguito il dettaglio delle pene confermate:
- Francesco Pesce (cl. '88): 14 anni di reclusione;
- Tiberio Sorrenti: 12 anni e 6 mesi di reclusione;
- Giuseppe Seminara: 12 anni di reclusione;
- Salvatore Copelli: 9 anni di reclusione;
- Francesco Giovinazzo: 9 anni di reclusione;
- Domenico Bellocco: 8 anni di reclusione;
- Domenico Ciurleo: 3 anni e 6 mesi di reclusione;
- Arcangelo Michele Scattarreggia: 1 anno di reclusione.
Non mancano però colpi di scena significativi nel verdetto d'appello, con due posizioni che sono state completamente scagionate dalle accuse precedenti:
- Michele Larosa è il ribaltamento più rilevante. Condannato a 8 anni in primo grado per estorsione aggravata, è stato assolto con formula piena dopo la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale richiesta dalla difesa.
- Antonino Palaia, precedentemente condannato a un anno per favoreggiamento, è stato assolto perché il fatto non sussiste, accogliendo totalmente le tesi difensive.
L’intero procedimento ha fatto luce sulla pervasività della cosca Pesce nel tessuto economico e sociale della piana di Gioia Tauro. Le indagini, supportate da un massiccio uso di intercettazioni ambientali, avevano delineato un gruppo criminale capace di gestire flussi di narcotici e di imporre il proprio controllo attraverso il metodo mafioso.
Mentre per i principali esponenti del clan la sentenza di secondo grado conferma la durezza del sistema sanzionatorio, la decisione per Larosa e Palaia sottolinea l'importanza del vaglio in appello nella ricostruzione precisa delle singole responsabilità individuali.
