Con buona pace di giusti ed onesti, la qualità della scuola è essenzialmente determinata dalla qualità dei suoi docenti. Certamente influiscono gli ambienti di apprendimento, le dotazioni tecnologiche, i dirigenti attenti, i rapporti con gli stakeholders, i perenni – e spesso peggiorativi - interventi legislativi.

L’elemento che però incide di più sulla qualità di un sistema d’istruzione, è la preparazione didattico/pedagogica degli insegnanti. Purtroppo sono ancora tanti i docenti fermi alla materia d’insegnamento e alla difesa della conoscenza disciplinare, inutile se non legata ad un processo formativo ampio e condiviso; legati al suono della campanella che sancisce il temine dell’ora di lezione, alla “mia ora” nella “mia classe”, assillati dalle discutibili prove Invalsi e, talvolta, da dirigenti scolastici inspiegabilmente preoccupati dalle stesse prove o dalle pagelle date da una – dicono famosa – Fondazione.

E non è strano che i risultati più lusinghieri, in termini di crescita qualitativa dell’azione didattica, li ottengano quelle scuole nelle quali si rifugge da spazi squisitamente disciplinari ineluttabilmente angusti e sempre più anacronistici. La scuola delle crocette e della lezione del giorno, delle verifiche quotidiane e del compito in classe mensile, dell’addestramento ai test standardizzati e delle 100 risposte in 100 minuti non è scuola; è sterile addestramento, è ripetere “sempre la stessa storia, sullo stesso libro, nello stesso modo, con le stesse parole” (cit. Venditti).

La formazione pedagogica dei docenti, è imprescindibile e dovrebbe essere l’obiettivo principale che la nuova gestione ministeriale, in sinergia con quella dell’Università, dovrebbe tenere a cuore se davvero è la qualità che si vuol mettere al centro; con un’ulteriore attenzione alle modalità di reclutamento e formazione dei dirigenti scolastici che, se possibile, siano messi nelle condizioni di riappropriarsi di una leadership educativa, ormai dispersa nella ridondante burocrazia e nella “ministerialità” degli adempimenti quotidiani.

Docenti che sappiano costruire le condizioni perché si possa star bene a scuola, che sappiano organizzare la classe come un gruppo coeso che permetta agli alunni di sentirsi parte della comunità scolastica, che esplorino campi didattici sempre nuovi, che istruiscano e formino... educando. Che sappiano organizzare le attività di apprendimento coinvolgendo attivamente gli allievi; e che siano classi... 4.0, 5.0, future lab o altre ridondanti locuzioni, cambia poco. Che utilizzino le interazioni sociali fra gli alunni per favorire processi di “contaminazione positiva”, di lavoro di laboratoriale, dell’essere comunità educante. Che rivolgano la loro preziosa attenzione sui progressi degli allievi, piuttosto che sui deficit; che pratichino una valutazione per competenze che sostenga percorsi di crescita personale.

Che “brucino sul rogo” interrogazioni, compiti in classe, lezioni cattedratiche, schede, crocette e test: standardizzati e non. E che solo dopo aver attuato con “naturalità didattica” quanto esposto, si preoccupino di essere esperti di CLIL, Debate, Avanguardie Educative, Digitale, Pilastri Ecologici, Classroom lab ed altre amenità varie; altrimenti costruiremo grattacieli sulla sabbia!

Con Collegi dei docenti e Consigli di classe che si caratterizzino come equipe di lavoro che progetta assieme, rendendo gli alunni protagonisti dei loro apprendimenti. Solo questi risultati invereranno e daranno senso al sostantivo “Merito”  che è stato aggiunto alla denominazione di Ministero dell’Istruzione.

Si concretizzino finalmente decisioni orientate a far sì che le professionalità migliori intraprendano la professione docente come scelta consapevole: mai come ripiego. In caso contrario, anche stavolta si sarà cambiato tutto perché tutto rimanga come prima, pur senza particolari patemi: è così da almeno ... 4 lustri!

Alberto Capria – Dirigente Scolastico, Vibo Valentia