Esce definitivamente dal processo anche il consigliere regionale Giuseppe Graziano. Il processo per gli altri proseguirà 11 maggio davanti al Tribunale collegiale di Catanzaro

di GABRIELLA PASSARIELLO

Escono definitivamente dal processo quattro degli undici imputati, accusati a vario titolo di truffa e abuso di ufficio nell’ambito dell’inchiesta Arpacal su presunte nomine illegittime all’interno dell’Agenzia.


Il verdetto. Il Tribunale collegiale di Catanzaro, ha infatti, pronunciato sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione nei confronti del consigliere regionale del centrosinistra Antonio Scalzo, 57 anni, di Conflenti, del consigliere regionale di centrodestra Giuseppe Graziano, 51 anni di Longobucco, dell’ex assessore Diego Tommasi, 51 anni, di Cosenza, di Domenico Lemma, 63 anni, di Reggio Calabria. Il collegio, presieduto da Tiziana Macrì, ha inoltre pronunciato sentenza di prescrizione, ma solo per alcuni capi di accusa (la truffa e una singola ipotesi di abuso di ufficio) nei confronti di  Vincenzo Mollace, 52 anni, di Bianco e Giuseppe Giuliano, 46 anni, di Catanzaro. Per questi ultimi il processo continuerà insieme a Pietro De Sensi, 43 anni, Francesco Nicolace, 56 anni, Catanzaro; Silvia Romano, 54 anni, Cosenza; Luigi Luciano Rossi, 49 anni e Francesco Caparello, 64 anni, di Lamezia Terme il prossimo 11 maggio. Era stato il collegio difensivo costituito dagli avvocati Massimo Scuteri, Nicola Cantafora, Gioconda Soluri, Antonella Canino ed Enzo Savaro a chiedere ai giudici in prima battuta ’assoluzione dei loro assistiti e in subordine una sentenza di prescrizione.


Le ipotesi accusatorie. Caparello sarebbe stato assunto come dirigente amministrativo Arpacal, pur non avendone i titoli, con un decreto datato 4 ottobre, a firma del commissario Lemma, dei direttori scientifico e amministrativo Scalzo e Rossi, in cui veniva stabilito che al concorso per la copertura a tempo indeterminato di un posto di dirigente amministrativo per la sede centrale di Catanzaro, settore Risorse umane e formazione, si potesse accedere con la sola laurea triennale, violando, secondo l’ipotesi accusatoria, la delibera della Giunta regionale del 22 dicembre 2004 in cui veniva stabilito che i titoli di accesso a dirigente amministrativo dovessero essere quelli in Giurisprudenza, Economia e commercio, Scienze dell’amministrazione o lauree equipollenti. Sarebbe stato proprio Caparello, l’istigatore e il redattore del bando«uniformandolo per come risulta dalle bozze del bando del concorso corretto di suo pugno» di gara pubblico. Lemma, Scalzo e Rossi avrebbero procurato a Caparello un ingiusto vantaggio derivante «dalla illegittima assunzione e corresponsione di emolumenti». Lemma, sempre secondo le ipotesi accusatorie, non ci avrebbe pensato due volte a violare la legge in altre circostanze con la complicità di altri indagati: in qualità di direttore generale del dipartimento “Politica e Ambiente” avrebbe manifestato la volontà di risolvere il contratto di lavoro e anche se la legge prevedeva il divieto assoluto di instaurare rapporti professionali a qualunque titolo con la Regione per 5 anni successivi alla cessazione del servizio, il giorno dopo la firma della risoluzione del contratto «viene nominato commissario straordinario dell’Arpacal con delibera della Giunta regionale numero 374 del 30 maggio 2006» di cui sarebbero stati i proponenti Tommasi all’epoca dei fatti assessore all’Ambiente e Graziano, direttore generale vicario dell’assessorato al ramo.«Lemma, sapeva della sua incompatibilità, così come ne erano a conoscenza lo stesso Tommasi e Graziano».