Sbattuto fuori di casa rientra a Vibo, odissea di un imprenditore al tempo del Covid
Il Coronavirus finisce per colpire duramente chiunque. E in un tempo così difficile, morte e disperazione caratterizzano tante famiglie. E non mancano le problematiche economiche. Tra imprese che falliscono ed ufficiali giudiziari che non esitano a cacciare di casa tante famiglie, nelle città colpite dalla peste. Sono tutti di origine vibonese i protagonisti dell'incredibile disavventura. Infatti, una vicenda che avrebbe dovuto essere a lieto fine, si è trasformata in un incubo per un imprenditore edile che si è visto cacciare di casa, pignorata per debiti legati ai debiti contratti per evitare il default della sua attività. Giuseppe era partito molti anni addietro dalla punta dello Stivale per cercare fortuna nella ricca Legnano, nel Milanese. Insieme alla moglie Vania e alla figlia, era divenuto proprietario di un’attività capace di dare lavoro anche ad alcuni meridionali. Poi la crisi, il fallimento dell’azienda e addirittura il pignoramento della sua prima casa.
L'esecuzione. In piena emergenza Covid-19, l’ufficiale giudiziario ha bussato alla sua porta. Ed ha invitato il capofamiglia ad uscire, con consorte e figlia. Inutile ogni preghiera di attendere che passasse il periodo del "lockdown”. L'abbandono della casa. L’uomo, peraltro cardiopatico, con una figlia minore non ha potuto fare altro che lasciare la dimora. Soli, in mezzo a una città preda della “morbo”, ai tre disperati non è rimasto praticamente nulla. Quasi nulla, tranne che i parenti calabresi che si attivavano per trovare una sistemazione a marito e moglie, mentre la ragazza veniva ospitata da un’amica. Almeno per qualche giorno, fino a quando non avvertiva i primi sintomi di un’influenza. Ed anche per lei iniziava l’odissea con i genitori. Disperato Giuseppe tentava persino di riprendersi la casa. Ma al portone era stata già cambiata la serratura. Inutile il tentativo di rintracciare la società esecutrice dello sfratto. Non rimaneva che il viaggio di ritorno. Destinazione Vibo Pizzo, dove l’uomo sapeva che avrebbe trovato un tetto con l’aiuto della Polfer.
L'arrivo a Vibo-Pizzo. Invece nella Stazione, lo scorso 25 marzo, non c’era nessuno. Dopo essersi autodenunciati i tre si dirigevano allora verso la residenza estiva dei genitori. Da allora, i parenti ancora li attendono, ma prima che possano riabbracciarli serve il tampone. L’Asp di Vibo si è messa prontamente in moto per effettuarlo. In poco tempo tutto dovrebbe essere completato.
Odissea di una giovane. C’è un dettaglio affatto insignificante nell’odissea di una famiglia sfrattata senza pietà in piena emergenza Coronavirus. C’è una giovane disperata perché senza un pc che le consenta di seguire le lezioni messe a punto dalla scuola con la Didattica a distanza. “Il cellulare non basta”. Senza un computer, senza libri, senza gli ausili necessari che la rimetta in contatto con il suo mondo per la ragazza la tortura è duplice. La nonna la attende trepidante a Vibo Valentia è pronta ad accoglierla (simbolicamente) a braccia aperte, ma prima serve l’esito negativo del tampone. Insomma, un dramma nel dramma del Coronavirus, vissuto a cavallo di “due Italie” che condividono vite e destini.
