'Ndrangheta e spaccio di droga nel Vibonese, arriva la sentenza: solo due condanne
L'inchiesta era scattata in seguito alle dichiarazioni di Emanuele Mancuso, il collaboratore di giustizia della nota famiglia di 'ndrangheta. Ieri è arrivata la sentenza del Tribunale di Vibo Valentia a carico degli imputati. Per quattro persone è stato dichiarato il non luogo a procedere, una è stata assolta e soltanto due sono state condannate. Non luogo a procedere deciso dal gup Francesca Del Vecchio nei confronti di Giacomo Chirico, 24 anni, di Maierato (avvocato Mario Bagnato); Antonio Curello, 24 anni, di Vibo (avvocati Beatrice Biamonte e Vincenzo Brosio); Maria Ludovica Di Stilo, 26 anni di Vibo (avvocato Carmine Pandullo); Salvatore Ferraro, 25 anni, di Rombiolo (avvocato Mario Ferraro). La Procura aveva chiesto per tutti il rinvio a giudizio. Due -si diceva -le condanne. Sono stati inferti due anni e quattro mesi a William Gregorio, 26 anni, di San Ferdinando e due anni a Riccardo Papalia, 37 anni, di Nicotera.
L'indagine, condotta dalla Squadra Mobile di Vibo e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, era stata divisa in due filoni. Dopo la dichiarazione di incompatibilità territoriale dichiarata dal gip distrettuale di Catanzaro, una parte dell'indagine è finita sulle scrivanie dei magistrati della Procura di Vibo e, proprio nelle ultime ore, il pm Claudia Colucci aveva notificato l'avviso di conclusione indagini a sette persone alle quali vengono contestate reati diversi dall'associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. Sono accusati infatti di episodi singoli di spaccio, cessione, trasporto e vendita di sostanze stupefacenti.
L'operazione. Secondo le risultanze investigative c’era Emanuele Mancuso, il trentenne figlio del boss Pantaleone, alias “l’ingegnere”, a capo della rete di produzione e coltivazione di marijuana smantellata nello scorso mese di luglio nell'ambito del blitz condotto dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia diretta da Giorgio Grasso e dal suo vice Cristian Maffongelli che hanno agito sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro guidata dal procuratore Nicola Gratteri. Il rampollo della famiglia Mancuso, nuovo collaboratore di giustizia, ha svelato agli investigatori i particolari di un business fiorente che avrebbe fruttato oltre venti milioni di euro. Le sue dichiarazioni hanno permesso di chiudere il cerchio ad un’inchiesta già ben avviata e prossima al completamento. In particolare Emanuele Mancuso avrebbe acquistato su un sito internet (sequestrato ed oscurato dalla polizia postale) i semi di marijuana e il fertilizzante utile per impiantare vere e proprie piantagioni di canapa indiana nel Vibonese. Nell’arco di tre anni la polizia ha sequestrato ben 26mila piante nel territorio compreso tra Joppolo, Nicotera e Capistrano. La droga veniva coltivava, prodotta ed essiccata nelle piantagioni del Vibonese ma spacciata al dettaglio in tutta Italia attraverso una capillare rete gestita dal gruppo guidato da Emanuele Mancuso.
