Un punto fermo che sa di sconfitta per la giustizia e di dolore per una famiglia che attende risposte dal 2002. La Corte di Cassazione ha messo il sigillo definitivo sul processo per l’omicidio di Torquato Ciriaco, l’avvocato civilista e imprenditore lametino ucciso il 1° marzo di ventiquattro anni fa. Con la dichiarazione di inammissibilità del ricorso presentato dalla Procura generale sull’assoluzione del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi, cala il sipario su una vicenda giudiziaria che non è riuscita a individuare i responsabili del brutale agguato.

Secondo l’impianto accusatorio della Dda di Catanzaro, costruito negli anni sulle dichiarazioni dei pentiti, Ciriaco era stato "condannato a morte" da un potente asse della 'ndrangheta: il clan Anello di Filadelfia, nel Vibonese, e i fratelli Fruci di Acconia di Curinga.

L’ipotesi degli inquirenti vedeva in Tommaso Anello (fratello dello storico boss Rocco) il mandante del delitto. L'avvocato sarebbe "colpevole" di aver curato per un cliente l'acquisto di una cava che la cosca voleva invece destinare a un imprenditore sotto il proprio controllo. Tuttavia, Tommaso Anello era già stato assolto definitivamente anni fa, mentre per i fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci, dopo una condanna a 30 anni in secondo grado poi annullata dalla Cassazione, è arrivata l’assoluzione nel processo d’appello bis del marzo 2025. Una sentenza che ora, con il rigetto del ricorso per Michienzi, chiude ogni spiraglio giudiziario.

Era il 1° aprile 2002 quando un commando affiancò il fuoristrada di Ciriaco all'altezza dello svincolo dei "Due Mari" a Maida, crivellandolo con colpi di fucile a pallettoni. A svelare per primo i presunti retroscena era stato proprio Francesco Michienzi nel 2007, spiegando pianificazione ed esecuzione del delitto. Nonostante gli approfondimenti della Squadra Mobile e della Procura Antimafia, i riscontri non sono stati ritenuti sufficienti per reggere nei tre gradi di giudizio, portando alla serie di "capovolgimenti" che hanno caratterizzato il processo.

Oggi, a quasi un quarto di secolo da quella notte di sangue, la vicenda si chiude con un nulla di fatto. Resta il dolore della moglie e delle sei figlie di Torquato Ciriaco, che non hanno mai smesso di chiedere verità per un uomo che, oltre alla toga, portava avanti con passione l'azienda agricola di famiglia.