Il patto di sangue sull’altare: così la ’ndrangheta usa il matrimonio per tessere alleanze
Una ricerca dell’Università di Milano-Bicocca svela la ragnatela delle spose: 900 matrimoni analizzati per mappare il sistema di alleanze che tiene in scacco l’economia e garantisce la sopravvivenza dei clan
In un universo parallelo dove la giustizia dello Stato è il nemico e la parola data è l'unica moneta corrente, un banchetto di nozze può pesare più di un carico di cocaina o di un appalto milionario. Nella ’Ndrangheta, il matrimonio non è mai un atto privato, ma un’operazione di alta ingegneria finanziaria e politica. È questo il ritratto inedito che emerge dallo studio “Marrying for power: gendered alliances in mafias”, un lavoro monumentale realizzato dai professori Maurizio Catino, Alberto Aziani e Sara Rocchi, del dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Milano-Bicocca, e pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale PLOS One.
Perché la ’ndrangheta punta così tanto sui legami di parentela? La risposta risiede nell'impossibilità di operare come un'azienda legale. Due aziende "pulite" che firmano un accordo possono contare su un notaio che autentichi l'atto e su un tribunale che intervenga in caso di truffa. Per i clan, questo paracadute non esiste.
«Due organizzazioni di ’ndrangheta non possono siglare un contratto vincolante e depositarlo da un notaio», chiarisce il professor Alberto Aziani. In un contesto dove le conversazioni sono intercettate e la pressione delle forze dell'ordine è costante, serve un "collante" diverso. Il matrimonio trasforma il socio in affari in un fratello o in un genero. In quel momento, l’interesse economico diventa interesse familiare: tradire l’accordo significa tradire il proprio sangue. Il matrimonio, dunque, agisce come un surrogato legale che riduce i "costi di transazione", ovvero quel tempo e quel denaro che i mafiosi dovrebbero altrimenti spendere per controllare che l'alleato non li stia ingannando.
I ricercatori non si sono fermati alla teoria, ma hanno applicato sofisticati strumenti di analisi di rete (Network Analysis) a una mole di dati impressionante: 770 alleanze interfamiliari nate da 906 matrimoni che hanno coinvolto 623 diverse ’ndrine.
Le simulazioni condotte hanno rivelato un paradosso strutturale. Le famiglie più potenti e storiche tendono a creare alleanze "ridondanti". Se un legame matrimoniale tra due grandi boss si spezza, la rete non ne risente eccessivamente perché esistono altri mille fili che li tengono uniti. Sono proprio le famiglie meno influenti a garantire la tenuta globale del sistema. I loro matrimoni fungono da "ponti" che collegano parti distanti dell'organizzazione. La ricerca dimostra che se si recidessero questi legami tra i clan piccoli, l'intera struttura della ’ndrangheta perderebbe coesione molto più rapidamente rispetto alla caduta di un singolo grande boss.
Il modello della ’ndrangheta somiglia in modo inquietante a quello delle antiche casate nobiliari o delle dinastie industriali dell'Ottocento. L'obiettivo è lo stesso: accumulare ricchezza e fare in modo che non esca mai dal cerchio. Questo "protezionismo criminale" ha però effetti devastanti sul territorio.
«Dove la presenza mafiosa è più radicata si registra un minore sviluppo economico», avverte Aziani. In un mercato sano, vince chi offre il prodotto migliore al prezzo più basso. In un mercato inquinato dalle reti matrimoniali mafiose, vince chi è "parente di" o "amico di". Le imprese inefficienti sopravvivono grazie alla protezione dei clan, soffocando l'innovazione e rallentando la crescita dell'intera società.
Lo studio della Bicocca ci costringe a cambiare prospettiva. Se per decenni abbiamo immaginato i mafiosi come soldati di un esercito oscuro dediti solo al crimine, oggi dobbiamo vederli come attori sociali integrati, che usano la quotidianità — l'amore, la famiglia, i battesimi — per scopi eversivi.
Il potere della ’ndrangheta non si misura solo dalle armi, ma dalla capacità di bilanciare lo scambio di spose (lo studio nota che le famiglie più forti sono quelle che mantengono un equilibrio perfetto tra figlie "date" e nuore "ricevute"). La lotta alla mafia, dunque, non può passare solo dalle manette, ma deve scardinare quel sistema di valori che trasforma un sacramento in un patto di sangue contro lo Stato. La criminalità, conclude Aziani, è solo la punta dell'iceberg di un'organizzazione molto più articolata, capace di mimetizzarsi tra le pieghe della vita sociale più intima.
