Riproponiamo due storiche interviste del giornalista Michele Garrì all'amico Raf Vallone apparse sul quotidiano Paese Sera l'11 settembre 1982 e l'11 settembre 1984. Due pezzi più attuali che mai e che ci descrivono un Raf Vallone innamorato della Calabria e di Tropea in particolare dove trascorreva le sue vacanze e dove è nato.
 [banner no]

Michele Garrì con Raf Vallone

RAF VALLONE E' IN VACANZA A TROPEA. «IO COME MAESTRO AVEVO LUIGI EINAUDI, E I GIOVANI D'OGGI?»

di Michele Garri da 'Paese Sera' dell'11 settembre 1982. Tropea - Se non avesse scelto di fare l'attore, Raf Vallone sarebbe diventato un grande giornalista. Infatti, qualunque cosa faccia, la fa con solerte professionalità e forte impegno. Anche per l'intervista, rispetta queste regole. Per prima cosa, ti chiede se hai il tesserino del giornale per il quale lavori e un registratore, poi ti fissa l'appuntamento e all'ora stabilita, precisa al minuto, è con te. Lo incontriamo a Tropea, dove sta trascorrendo un breve periodo di vacanza. E' nato qui una sessantina di anni fa da un piemontese e da una tropeana. Dal padre - come lui stesso dice - ha ereditato la lucidità e la razionalità, dalla madre la professionalità e la istintualità in un continuo dualismo.
Ci sediamo intorno a un tavolino da bar in fondo al Corso, là dove la rupe a picco sul mare consente un meraviglioso affaccio. C'è intorno a noi ancora qualche tardo o distratto turista che si gode incantato il sapore delle settembrate. Comincia la conversazione, una conversazione che dura fino a tarda notte. Mentre parla, l'attore sembra essere su un palcoscenico. Comincia il discorso piano piano per elevarlo di tono quando la circostanza lo richiede, intercalandolo con qualche opportuna risata. Odia la cultura libresca. Il viso ancora giovanile ma dai lineamenti marcati, ritma con le parole. L'unica cosa che lo infastidisce e lo innervosisce sono le motorette smarmittate, le autovetture che ci passano accanto con grande fracasso. «Ma guarda un pò - dice -, a che punto siamo ridotti. Siamo diventati schiavi dei rumori. Dov'è la classe dirigente? Eppure, c'è un'ordinanza che pone divieto di circolazione in questo punto». Queste cose lo amareggiano e finiscono con l'essere spesso motivo di imprecazioni. A Tropea non ha più nessuno. «Avevo un amico ed è morto - dice con rimpianto -. Avevo finanche pensato di finire qui i miei giorni. Ma poi mi sono pentito. Ci torno ogni anno perché di questa città ho un ricordo fatato».
Raf Vallone calciatore
Raf Vallone rievoca la sua infanzia passata d'estate a Tropea, d'inverno a Torino. «Almeno qui, malgrado gli scempi, riesco a trovare qualche scorcio e un pò di calore umano. A Torino sono scomparsi finanche i luoghi di periferia dove giocavo al pallone (fu anche un grande calciatore). Nella città piemontese ho frequentato le scuole fino all'università. Ne sono uscito con due lauree: una in legge e una in filosofia. Ho avuto la fortuna di avere avuto professori come Luigi Einaudi, Pasquale Iannaccone, Mario Fubini, grandi figure dell'antifascismo. A esse devo la mia formazione. Oggi non ci sono più intellettuali, professori. Si sbranano fra di loro per i premi letterari. Tutto questo scempio, questa diseducazione, l'attribuisco alla mancanza di professori che abituano alla democrazia. Tutto dipende dalla scuola. Possibile - prosegue amareggiato - che non posso venire a sognare nel mio paese? Non riesco ad andare in una spiaggia senza l'assordante rumore dei juke-box. L'Italia è il paese più antimusicale. Il riposo dovrebbe essere terapia. Non parliamo poi della sporcizia. Quando non si ha un'educazione turistica, si finisce col provocare dei danni, come è avvenuto a Tropea. Manca una classe politica. Io personalmente mi identifico con il partito comunista. Quella sì che è gente seria». Con i comunisti, Raf Vallone ha avuto intensi contatti. Ricorda la lotta partigiana a cui prese parte e a cui ha dato il suo appassionato contributo. Sono molti gli episodi che rievoca con nostalgia. Ma gli anni decisivi, gli anni che hanno lasciato in lui tracce profonde, sono quelli trascorsi all'Unità in qualità di redattore della terza pagina. «Accanto a Davide Lajolo, Desio, miei indimenticabili compagni e maestri, mi formai politicamente, moralmente, culturalmente, a loro debbo tutto. Un mio servizio sulle mondine di Vercelli, apprezzato da Lizzani e da De Santis, mi portò al cinema non senza una lunga e sofferta meditazione. Adesso faccio più teatro che cinema. Mi scrivo gli adattamenti. Molti copiano e scopiazzano. Io voglio essere me stesso. Mi sono liberato dalla schiavitù. Ho scelto la via più difficile in tutti i sensi. Odio il superfluo. Mi basta poco. Le mie prestazioni sono richieste più all'estero che in Italia. Per fortuna conosco più lingue».   Raf Vallone da giovaneRAF VALLONE RACCONTA DI SE', DEGLI AMICI E DEI PROGETTI: «MI NUTRO DI CULTURA PER CAPIRE MEGLIO ME STESSO E GLI ALTRI»

di Michele Garrì da 'Paese Sera' dell'11 settembre 1984. Raf Vallone esce da un lungo silenzio. E dimostra di essere come quel vino che più invecchia e più diventa buono. Reduce da una lunga tournée nelle città di mezzo mondo (Huston, Il Metropolitan di New York dove ha mietuto successi travolgenti) da ottobre sarà impegnato al Piccolo Teatro di Milano per mettere in scena un'opera di Jung. A gennaio riprenderà la recita di «Luci di Bohème»; come regista ha un contratto con l'Opera di Montecarlo. Ma tutto questo non trova la giusta amplificazione; né il suo nome compare sui rotocalchi smaniosi di interviste.
Il giornalista Michele Garrì e il grande Raf Vallone nella casa di quest'ultimo a Tropea
Lo incontriamo a Tropea, sua città natale. Qui ogni anno, a settembre, puntuale come le rondini che solcano a bassa quota il cielo di questa graziosa cittadina «viene a svernare» come lui stesso dice, cullandosi con il mormorio del mare che lambisce la rocca su cui è sita la sua casa. E' qui che incomincia l'intervista. Prima, però, pretende delle garanzie. Chiede un registratore. Anche in questa circostanza è serio fino in fondo come lo è sul palcoscenico. Qualunque cosa fa, la fa con rigore e amore. Finisce con l'essere sempre se stesso. Di sicuro se non avesse scelto di fare l'attore, il panorama della stampa avrebbe un grande giornalista in più. Perché - come tutti dicono - Raf Vallone, oltre ad essere stato un grande calciatore di serie A, per anni ha lavorato alla terza pagina dell'«Unità». E di questo passato se ne colgono ancora i segni: poetico, giovanile nonostante i suoi 68 anni. Pronto e limpido nelle risposte e nella conversazione. Mentre parla, sembra che reciti. Ritma con le parole. Comincia il discorso con i toni bassi per elevarli quando esprime i concetti più profondi. E' un piacere semplicemente stare a sentirlo parlare. Ma pian piano, almeno con noi, rompe le regole e l'intervista va avanti «senza di me» fino a diventare una lunga confessione specie quando esce dall'ambito del teatro o del cinema e si vanno a toccare gli angoli segreti della vita. Raf Vallone Elena Varzi. «Lo so che sono un personaggio scomodo e difficile. Però a volte esagerano. Ne dicono di tutti i colori. E' vero, sono un solitario. D'altronde i miei amici più cari sono tutti morti: Malaparte, Gatto, Pavese e per ultimo Davide Lajolo, il caro "Ulisse" assieme a cui ho combattuto durante la Resistenza e lavorato a lungo come giornalista. E' una perdita non solo nazionale, ma anche personale. Per non parlare di quella di Enrico Berlinguer le cui doti morali soltanto il presidente Pertini riesce ad eguagliare. A proposito, debbo ringraziare il presidente perché mi ha fatto commendatore. Andai all'«Unità» nel '46 introdotto da Teo Desio. Con Davide Lajolo nacque subito una sincera amicizia. Abbiamo dato origine ad una delle più belle terze pagine. Si lavorava anche diciotto ore al giorno. La più grande emozione fu quando mi diede in consegna gli originali dei "Quaderni di Gramsci". Aveva un modo di lavorare molto strano: su quello che voleva cancellare tracciava una linea sottilissima e trasparente. Un altro momento che ricordo volentieri fu quando, verso la fine del '46, alcuni partigiani caduti nella provocazione della destra, ripresero le armi. Nenni telefonò a Ulisse dicendogli di sbrigare lui la questione. Partimmo, io ed Ulisse, con una rivoltella ed una Balilla scassata. Ci presero a calci e ci misero al muro. Ma Ulisse in poco tempo riuscì a convincerli. Allora capii ancora di più la grandezza di quest'uomo. Furono, quelli, anni fecondi per la mia preparazione morale, culturale ed umana, per la mia esperienza politica, per i contatti che poi ebbi con la classe operaia contadina. Fu, appunto, in occasione di un mio servizio sulle mondine che, dopo lunga meditazione, approdai al cinema. Poi, passai al teatro. Raf Vallone riso amaro «Ho scelto la via più difficile in tutti i sensi. Ma mi sono liberato dalla schiavitù. I miei lavori sono molto più apprezzati all'estero. Per fortuna conosco molte lingue. Mi scrivo gli adattamenti teatrali che a volte vengono anche scopiazzati in Italia. Tutti gli altri attori hanno un ufficio stampa che procura le interviste, io non amo farmi pubblicità. Il direttore della terza rete Rai mi diceva: "ma perchè non vieni, gli altri fanno la fila, aspettano nei corridoi". Credo nella personalità e al rigore morale. Sono un uomo libero, ripeto. Non amo la cultura libresca: la cultura è un nutrimento per capire meglio se stesso e gli altri. Tropea è per me la più bella, straordinaria occasione di unire il passato al presente in una apoteosi di bellezza. Ma non c'è da essere orgogliosi di questa città, della sua classe dirigente. Mancano gli uomini di cultura in Italia, i maestri e quando ci sono si sbranano per i premi letterari. Di questa città ho un ricordo fatato. Malgrado tutto, riesco qui a trovare qualche squarcio della mia infanzia trascorsa in parte qui in Calabria ed in parte a Torino». #BIOGRAFIE | Raf Vallone: i tanti volti di un grande talento (LEGGI QUI)