OPINIONI | Il Coronavirus e il trionfo del neo-statalismo
In un recente articolo apparso sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco ha ricordato un fenomeno importante che si auspica possa ripetersi nel momento in cui ci si avvia alla ripresa dopo il lockdown – economico e sociale, oltre che sanitario – dovuto all’emergenza coronavirus: "Negli anni che seguirono la Seconda guerra mondiale – scrive Panebianco – i Paesi sconfitti e che avevano anche subito le più pesanti distruzioni, Germania, Giappone, Italia, conobbero uno sviluppo economico più elevato dei vincitori di quella guerra. Si chiama «effetto Fenice»: la mitica creatura che risorge dalle proprie ceneri. È lecito sperare che alla rapidissima distruzione del tessuto economico prodotta dal coronavirus segua un’altrettanto rapida ricostruzione". Che ciò possa avvenire non solo è auspicabile, ma dovrebbe rappresentare l’impegno di tutti a tutti i livelli per favorirlo. Ma come?
Un manifesto redatto dal professore Carlo Lottieri e firmato da molti intellettuali, professionisti e imprenditori mette in guardia contro il rischio che alla pandemia virale faccia seguito una pandemia statalista: non lo Stato che indirizza e fa anche gli investimenti essenziali, ma uno Stato che, tutte le volte che può, si sostituisce all’imprenditoria privata, deprimendo così quelli che ancora Panebianco definisce “animal spirits del capitalismo” senza i quali non ci può essere alcuna ricostruzione, alcun «effetto Fenice».
I segnali che suggeriscono la legittimità di questa preoccupazione sono stati chiari quando si è predisposto il decreto liquidità, quello che dovrebbe aiutare le imprese in difficoltà: contiene una serie di trappole disseminate qua e là dai nemici dell’impresa privata, ovvero – prendendo ancora in prestito una definizione pensata da Angelo Panebianco – "quegli antifascisti tutti di un pezzo che sognano di ricostruire la fascistissima Iri".
Una preoccupazione molto vicina alla realtà, se consideriamo quanto l’ideologia statalista sia dominante in questo momento: nessuno che suggerisca, ad esempio, una riduzione generalizzata delle tasse; al contrario, la teoria dominante (si è finanche parlato di “patrimoniale”) è che, per favorire la ricostruzione, occorra accrescere la pressione fiscale finendo così con il colpire i ceti medi, vero motore della crescita economica dell’Italia.
Due sono le teorie che maggiormente affascinano i neostatalisti: una – diciamo così – più morbida, l’altra più estrema.
I “morbidi” hanno come punto di riferimento quanto affermato, nel suo improvviso ritorno sulla scena mediatica, dall’ex Governatore della BCE, Mario Draghi. Draghi parte dalla considerazione che "la sfida che affrontiamo riguarda il modo di agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una prolungata depressione, resa più profonda da una sequenza di default che lascerebbero “danni irreversibili”.
“La risposta - prosegue - deve coinvolgere un significativo incremento del debito pubblico".
A suo giudizio, "le perdite del settore privato – e il debito per colmare il gap – devono essere assorbite, in toto o in parte, dai bilanci pubblici. I livelli più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e sarà accompagnata dalla cancellazione del debito privato". L’ex Governatore della Bce indica anche quale devono essere il compito delle istituzioni statali: "Il ruolo proprio dello Stato è utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro gli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire".
La strategia da attuare? Secondo Mario Draghi: "Non è sufficiente rinviare il pagamento delle tasse: bisogna immettere subito liquidità nel sistema, e le banche devono fare la loro parte, "prestando danaro a costo zero alle imprese" per aiutarle a salvare i posti di lavoro". L’incremento del debito pubblico cui fa riferimento Mario Draghi rappresenta, quindi, il passaggio “morbido”. D’altronde, lui stesso da Governatore della BCE ha agito in questa direzione attraverso il meccanismo del “quantitative easing”.
La via estrema, invece, punta ad un’operazione più drastica, temeraria vorrei dire, nel senso di chi intende assumersi un rischio concreto qual è quello di provocare una pericolosa inflazione. Il ragionamento che viene portato avanti è semplice, addirittura banale: per venire incontro all’indebitamento dello stato, è sufficiente che la Banca Centrale rivesta il ruolo di finanziatore, cioè emetta dal nulla “nuovo” denaro per elargirlo allo Stato. Si ha così il fenomeno detto della “monetizzazione del deficit pubblico”; vale a dire, la Banca Centrale si incarica di “creare” moneta per finanziare lo Stato che spende in deficit, senza, però, creare, in questo modo, nuovo debito.
È possibile farlo? Certo che è operativamente possibile. E, allora, che aspettiamo? Diamo mandato alla Banche Centrali di generare moneta. Problema risolto. Sicuro? Siamo sicuri che è così semplice? Mi chiedo quanti abbiano mai letto la storia di Artur Alves dos Reis, l’uomo che escogitò il più audace piano di contraffazione che sia mai stato attuato nel corso della storia.
Provo a sintetizzarla. Siamo nel 1925 quando Reis invase, letteralmente, il Portogallo con banconote fresche di conio, e l'economia portoghese entrò conseguentemente in una fase di espansione. Questa operazione, infatti, portò in una prima fase a risultati eccezionali, il Portogallo stava vivendo il suo “boom economico”, tutto procedeva con entusiasmo. La storia, poi, racconta che quell’entusiasmo iniziale si tramutò, una volta scoperto il raggiro di Reis (falsificando le firme dei dirigenti della Banca del Portogallo su una serie di documenti, Reis poteva richiedere la stampa di un ingente quantitativo di banconote da 500 escudos), la drammatica sfiducia nelle istituzioni che ne seguì, decretò la fine della democrazia in Portogallo ed aprì la strada alla quarantennale dittatura militare di Salazar.
Il problema è semplice ed il cittadino comune lo conosce bene: quando qualcuno ti chiede il conto, è bene che tu sia in condizione di pagarlo. Reis è stato l'ultimo dei grandi truffatori: il suo piano aveva stile ed eleganza, ma il monito è che, anche se il “Piranha del Portogallo” è trapassato, ci sarà sempre un nuovo lupo, a Wall Street (si pensi alla bolla del 2008) o a Bruxelles, che cercherà di trarre dei profitti illeciti a scapito degli altri. Ed allora, siamo davvero sicuri che spetta allo Stato programmare secondo i principi dell’economia pianificata, della “irizzazione” dell’industria? O, piuttosto, è bene liberare il mercato e favorire la crescita attraverso la libera concorrenza?
Perché, come ricorda Benjamin Friedman: "La crescita non comporta solo vantaggi materiali. Aumenta opportunità, tolleranza per la diversità, mobilità sociale, rende più facile perseguire l’equità, rafforza la democrazia”. E perché la libera concorrenza non ubbidisce solo a una logica utilitaristica: è anche un “ordine morale” che – paradossalmente, forse, ma ragionevolmente – induce gli uomini a cooperare fra loro. Perché esiste un “ordine spontaneo” che per Hayek è creato dalle economie di mercato, in quanto una economia di libero mercato è "un sistema economico in cui gli individui più che il governo prendono la maggior parte delle decisioni riguardanti le attività e le transazioni economiche".
L’alternativa? Responsabilizzare il cittadino ed il suo spirito di impresa, immettendo direttamente liquidità nei propri conti. Il meccanismo è quello denominato “Helicopter Money”, ovvero “denaro gratuito per tutti”, il massimo sostegno immaginabile. Denaro che deve arrivare nelle tasche dei singoli cittadini, ma soprattutto in quelle delle fasce più colpite, ovvero le piccole e medie aziende, le partite Iva. Non è un’idea originale, né nuova. A coniare il termine fu l’economista Milton Friedman nel 1969 che pensò all’immagine suggestiva di un elicottero che, volando sui palazzi, letteralmente gettava denaro all’interno delle abitazioni dei cittadini, perché lo usassero in tempi di crisi, quando l’economia resta in recessione nonostante i tassi vicini allo zero.
Come fare, prova a spiegarlo Nuoriel Roubini, guru della New York University: "Ogni Paese deve approntare uno stock ad hoc di nuovi titoli, che la Bce compra direttamente dall’emissione, sul mercato primario anziché su quello secondario come avviene oggi per il Quantitative easing, che si affida alle banche per la redistribuzione sul territorio di queste risorse via il mercato secondario. Invece in questo caso è il Tesoro a distribuire il denaro alla popolazione, accreditandolo sul conto in banca o sul conto fiscale oppure anche attraverso gli uffici postali nei rari casi in cui sia necessario. Non c’è neanche bisogno di affidarsi a qualche banca pubblica".
