Il braccio di ferro giudiziario sulle dinamiche criminali della città di Vibo Valentia si sposta ufficialmente nelle aule della Corte d’Appello di Catanzaro. La terza sezione penale ha emesso il decreto di citazione a giudizio per sette imputati, segnando l'inizio di un secondo round processuale che promette di essere una vera e propria resa dei conti giuridica. L'appuntamento è fissato per il 27 marzo 2026.

Al centro del ricorso presentato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro c’è la volontà di riscrivere l’esito del primo grado, conclusosi il 9 luglio 2025 con un drastico ridimensionamento delle accuse. In quella sede, il Tribunale di Vibo Valentia aveva pronunciato una sola condanna nei confronti di Michele Manco (classe ’88), infliggendogli 6 anni e 3 mesi di reclusione, ma aveva contestualmente assolto gli altri profili coinvolti, smontando l’ipotesi dell’associazione a delinquere di stampo mafioso.

Davanti ai giudici di secondo grado tornano figure centrali della mala vibonese. Oltre a Michele Manco, figurano nel decreto di citazione Domenico Macrì (detto "Mommo") e Francesco Antonio Pardea, entrambi già condannati in altri tronconi del maxiprocesso Rinascita Scott. Insieme a loro, la DDA ha chiamato in causa il collaboratore di giustizia Andrea Mantella, le cui dichiarazioni sono state alla base di numerose inchieste, e Salvatore Morelli, indicato dagli inquirenti come il perno attorno al quale ruotavano le nuove gerarchie criminali del capoluogo. Chiudono l’elenco degli imputati Andrea Ruffa e Domenico Serra, anch'essi assolti in primo grado.

Il punto di rottura tra accusa e giudici risiede proprio nell'esclusione dell'aggravante del 416-bis. Per i magistrati di Vibo, dopo il 2019 non sarebbe stata provata una continuità organizzativa del clan; per la DDA, invece, questa lettura è "erronea e priva di logica", poiché una cosca continua a esercitare il suo potere anche solo attraverso la "spendita del capitale intimidatorio" accumulato negli anni.

L'inchiesta, condotta da Carabinieri e Guardia di Finanza, ha documentato un sistematico sistema di estorsioni. Nel mirino erano finite ditte incaricate della raccolta rifiuti come la Ased e la Dusty, costrette a subire incendi di automezzi e minacce armate per pagare la "tassa mafiosa". Ma il raggio d'azione non si fermava all'ecologia: il racket aveva colpito anche i cantieri per la costruzione del nuovo ospedale di Vibo e le imprese impegnate nei lavori del Superbonus 110%, con richieste estorsive che arrivavano fino a 20.000 euro per singolo appalto.